Da dove vengono i guai della Grecia

La storia della catastrofe economica di un paese che fino al 2007 cresceva come pochi in Europa, grazie anche a conti truccati e spese abnormi

di Antonello Guerrera

Nell’aprile 2010 l’eurogruppo, cioè i ministri delle Finanze dell’eurozona, offre un pacchetto di aiuti da 30 miliardi di euro attraverso il Fondo Monetario Internazionale. La Grecia rifiuta. Pochi giorni dopo, vista la situazione insostenibile, è la stessa Grecia a chiederne 45. Non basteranno. Solo un mese dopo Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale accordano un prestito da 110 miliardi di euro in cambio di tagli alla spesa pubblica e severe misure di austerità. Non basterà nemmeno quello. Nonostante manovre sempre più dure e proteste di piazza sempre più violente, il 22 luglio 2011 verrà approvato da Europa e Fondo Monetario il secondo prestito da 130 miliardi di euro, che ha portato all’approvazione della manovra di ieri.

L’evasione fiscale
Gli enormi problemi strutturali della Grecia si concentrano soprattutto su un punto: l’evasione fiscale. In Grecia ogni anno lo stato perde fino a 30 miliardi di euro per l’evasione fiscale: la cifra è astronomica, se si considera che il paese ha undici milioni di abitanti e un PIL poco sotto ai 300 miliardi di euro. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il 75 per cento dei lavoratori autonomi greci dichiara meno di 12mila euro, limite sotto il quale scatta l’esenzione fiscale. Secondo il Brookings Institution, l’economia sommersa in Grecia si attesta intorno al 27,5 per cento del PIL: la più grande dell’intera eurozona. Ultimamente, il ministro delle finanze greco Evangelos Venizelos ha pensato di pubblicare sui giornali migliaia di nomi di evasori fiscali.

Gli sprechi
L’80 per cento delle spese statali era destinato, almeno fino a qualche mese fa, a salari e pensioni del settore pubblico, che negli anni si è ingrossato sempre di più, anche nei momenti di crisi: oltre 700mila persone lavorano nella pubblica amministrazione, 25.000 di queste sono state assunte tra il 2010 e il 2011, quando la situazione economica del paese era già disastrosa e il primo prestito internazionale era già stato erogato. Questo ha anche ingessato notevolmente l’economia, ormai in caduta libera, anche a causa degli effetti restrittivi delle misure di austerità. La ricchezza annua prodotta dai greci è diminuita di quasi il 20 per cento – del 6 per cento nel solo 2011 – rispetto ai primi anni Duemila. Il debito pubblico greco è sulla soglia del 160 per cento del PIL: l’Europa vuole farlo ridurre al 120 entro il 2020. Nel 2012 l’economia greca si contrarrà di almeno il 3 per cento e non crescerà per almeno un altro paio di anni. La disoccupazione è passata dal 7,7 per cento del 2008 al 17 per cento del 2011 e secondo il Fondo Monetario Internazionale salirà al 19,5 per cento nel 2013. I giovani senza lavoro in Grecia sono il 47 per cento.

L’Europa e soprattutto la Germania, per evitare che una situazione del genere non si ripeta mai più, chiedono da mesi alla Grecia rigore e sacrifici. La manovra di ieri prevede privatizzazioni, tagli a pensioni (già portate a 65 anni di età, anche per le donne, nel corso del 2010, e disincentivate sotto i 60 anni) e salari di circa il 20 per cento, licenziamento di 150mila dipendenti pubblici entro il 2015, ricapitalizzazione delle banche, tagli a sanità, difesa, costi degli enti locali e della politica, per recuperare 4,5 miliardi di euro all’anno e salvare la Grecia dal fallimento. Nel frattempo sono in corso dei negoziati tra il governo e i creditori privati, che sarebbero pronti ad accettare perdite per 100 miliardi di euro sul valore nominale dei bond greci, con una svalutazione del 65-70 per cento dell’investimento.

L’esito di questi tentativi è tutt’altro che certo, visto che ormai in moltissimi temono che la situazione sia irrecuperabile: che le misure di austerità a questo punto peggiorino la situazione e allontanino la ripresa; che senza tagli e riforme il sistema economico greco non sia però sostenibile, anche fuori dall’euro; che salvare un paese che ha truccato i conti comprando i suoi titoli senza condizioni sia diseducativo e pericoloso; che un suo fallimento avrebbe però disastrose conseguenze sociali e trascinerebbe con sé i paesi più fragili dell’eurozona; che la sua eventuale uscita dall’euro sarebbe, oltre che rischiosissima, un insidioso precedente per gli altri paesi europei in difficoltà. Tutte cose probabilmente vere.

foto: AP/Petros Giannakouris

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