Generazione Bim Bum Bam

Alessandro Aresu spiega nel suo nuovo libro la funzione di Cristina D'Avena nella formazione degli italiani nati tra il 1975 e il 1990, e il loro "programma politico"

di Alessandro Aresu

Alessandra Valeri Manera lavorava dalla mattina presto fino a tardi la sera. Chiariamo subito una cosa: il suo lavoro le piaceva. Non conosceva una parola di giapponese, ma aveva capito tutto. Al di là della nazione del sangue e del mistero, dall’altra parte del mondo, c’è una piccola isola affusolata e laboriosa, che si chiama Giappone. Cosa sarà mai l’orologio delle 10 e 25 rispetto a due bombe atomiche? È una domanda precisa che richiede una risposta precisa: i giapponesi sapevano cosa vuol dire ricominciare.

I cartoni non parlavano del miracolo economico nipponico, e nemmeno del probabile sorpasso a danno degli Stati Uniti, della commissione trilaterale, del ritardo della politica rispetto ai miracoli della Sony e della Nintendo. Ma diciamo la verità: in tutti quegli eventi c’era lo zampino dei cartoni animati e delle sigle che i bambini giapponesi, prima di diventare dirigenti della Sony e della Nintendo, cantavano a squarciagola. Nei cartoni animati giapponesi c’era qualcosa di unico, che non poteva essere espresso a parole ma doveva essere cantato: ecco la teoria di Alessandra Valeri Manera. «La gente vuole cantare, e i bambini in particolare» ripeteva, mentre cercava di scendere dal treno, nel freddo di un mattino grigio di città.
A venticinque anni, in quanto responsabile della tv per ragazzi Fininvest, Alessandra saltava sistematicamente i suoi appuntamenti dalla parrucchiera per cercare la voce ideale per le sigle dei cartoni animati, la voce che doveva catalizzare l’attenzione di tutti i bambini del paese del sangue e del mistero. Non è che si possono fare cartoni su Pasolini. Mentre i bolognesi feriti – feriti, ma vivi – lavoravano ignari, nel 1981 avvenne l’incontro che cambiò la storia d’Italia.

Nell’istante in cui Alessandra Valeri Manera immaginò la voce di Cristina D’Avena alle prese con le canzoni che aveva già scritto e con quelle che doveva ancora scrivere, successe qualcosa. Nel paese del sangue e del mistero siamo malati di dietrologia, perciò ci mettiamo in un angolo a collegare tutti gli eventi che caratterizzano una giornata o un secolo, come nel gioco per bambini in cui si uniscono i puntini. Episodi apparentemente isolati diventano gli elementi dello schema che ha reso possibile l’insieme disordinato della nostra vita. Siamo stati bravi, abbiamo collegato i puntini, è divertente.
Per esempio, Alessandra Valeri Manera cammina per la stazione di Bologna; dalla sua borsa di venticinquenne sporgono le schede dei cartoni animati giapponesi. Alessandra Valeri Manera dovrebbe essere costernata per l’orologio immobile sulle 10 e 25, e pensare a Moro, ai Pasolini, ai misteri e ai sepolcri d’Italia. Tutto, attorno a lei, dovrebbe destare una sovrana indignazione. Questa è la normalità. invece, la donna che viene da Milano si chiede: «Cosa ci fa un cinese a Bologna? È così difficile dare risposte precise a domande precise. Che buffo, sembra di essere in un cartone animato. Qualunque cosa accada, la gente vuole cantare. E io vorrei scrivere quelle canzoni».

Giunge un momento, nella vita di una nazione del sangue e del mistero, in cui c’è davvero qualcosa dietro.
«Ciao, io sono Alessandra.»
«Piacere, Cristina.» Cristina aveva 17 anni: era una ragazza o era ancora una bambina? È così difficile dare risposte precise a domande precise. Alessandra pensò che quella voce, per uno scherzo del destino, era davvero la sua voce. L’orologio della stazione di Bologna restava fermo sulle 10 e 25, ma l’incontro tra cristina D’Avena e Alessandra Valeri Manera aveva appena messo in moto una generazione.
Prima della morte di Pasolini e Moro, prima della nascita di Alessandra Valeri Manera e di Cristina D’Avena, e perfino prima della costituzione del Piccolo Coro dell’Antoniano e dello Zecchino d’oro, Walter Benjamin disse la sua sul concetto di generazione:

Nell’idea di felicità risuona ineliminabile l’idea di redenzione. Ed è lo stesso per l’idea che la storia ha del passato. Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? Le donne che corteggiamo non hanno delle sorelle da loro non più conosciute? Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla Terra (Walter Benjamin, Sul concetto di storia, torino, Einaudi, 1997).

Chiunque può capire di cosa parla Benjamin. A volte la vita ci sembra insulsa, ma prima o poi capita uno di quei momenti in cui guardi qualcuno negli occhi e dici con parole tue «allora noi siamo stati attesi sulla terra». E se non lo dici perché non hai mai letto Walter Benjamin o perché, non senza ragione, pensi di essere ridicolo, perdi un’occasione. Una vita senza «allora noi siamo stati attesi sulla terra» non vale la pena di essere vissuta. Nessun uomo solo può essere felice. Chi è incapace di dire «noi» non può essere redento. Due persone che dicono «noi» sono una coppia; milioni di persone che dicono «noi» costituiscono una generazione.
Il nocciolo dell’incontro tra Cristina D’Avena e Alessandra Valeri Manera nel 1981 si colloca proprio qui: la televisione commerciale, Mubarak, i cartoni animati, «noi siamo stati attesi sulla terra», Deng Xiaoping, l’invenzione di una generazione.

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