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  • domenica 11 Dicembre 2011

La storia dei rom a Ponticelli

L'attacco al campo rom di Torino sulla base di accuse false ha molti precedenti storici, e uno di tre anni fa in cui fecero una brutta figura tutti

di Marco Imarisio

Sotto a un albero dall’altra parte della strada c’è un gruppo di ragazzi che osserva la scena. Guardano tutto e tutti, nessuno li guarda. Sembrano invisibili. I loro scooter sono parcheggiati sul marciapiede. Il capo è un ragazzo con una maglietta nera aderente, i capelli tagliati cortissimi ai lati della testa. Tutti i presenti sanno chi è, ne conoscono con precisione il grado e la parentela. È uno dei nipoti del cugino del «sindaco» di Ponticellii, quel Ciro Sarno che anche dal carcere continua ad essere il signore del quartiere, capo di un clan di camorra che ha fatto del radicamento nel quartiere la sua forza. Quando vede che la confusione è al massimo, fa un cenno agli altri. Si muovono, accendono i motorini.

Dieci minuti dopo, dal campo adiacente, quello di fronte ai palazzoni da dodici piani chiamati le Cinque torri, si alza un’ altra nuvola di fumo denso e spesso. L’ accampamento è delimitato da una massicciata di rifiuti e copertoni. Sono i primi a bruciare, con il fumo che avvolge le case popolari. La claque si sposta, ad appena 200 metri c’ è un nuovo incendio da applaudire. I ragazzi in motorino scompaiono. La radio di una Volante informa che ci sono fiamme anche nei due campi di via Virginia Woolf, al confine con il comune di Cercola. Sul prato bagnato ci sono un paio di rudimentali bombe incendiarie. I rom sono scappati in fretta. Nelle baracche ci sono ancora le pentole sui fornelli, gli zaini dei bambini. All’ingresso di una di queste abitazioni in lamiera e compensato, tenute insieme da una gomma spugnosa, c’è un quadro con cornice che contiene la foto ingrandita di un bimbo sorridente, vestito da Pulcinella. Florin, carnevale 2008, la festa della scuola elementare di Ponticellii. Alle 14.50 comincia a diluviare, una pioggia battente che spegne tutto. «Era meglio finire il lavoro», dice un anziano mentre si ripara sotto ad una tettoia della Villa comunale.

Mezz’ora più tardi, nel rione De Gasperi si vedono molte delle facce giovani che salivano e scendevano dai motorini. È il fortino dei Sarno, un grumo di case cinte da un vecchio muro, con una sola strada per entrare e una per uscire, con vedette che fingono di leggere il giornale su una panchina e invece sono pagate per segnalare chi va e soprattutto chi viene. Ma questa caccia all’uomo non si spiega solo con la camorra. Sarebbe persino consolante, però non è così. Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. «Venite fuori che vi ammazziamo», «Abbiamo pronti i bastoni».

La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? «Sììììì» è il coro di risposta. Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima». Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.

La cronaca di quella giornata bestiale fatica a rendere quel che è stato. I vigili del fuoco sbeffeggiati mentre cercano di spegnere i roghi. “Tanto torniamo”, li canzonano così, promettendo di ripresentarsi, sempre con le molotov, che il nostro codice penale cataloga come armi di guerra. Le donne del quartiere che ballano come invasate, inneggiendo alla vendetta. Lo sguardo di quella madre sputata, che a sera vedremo andar via scortata dai carabinieri, mentre si allontana a bordo di un Apecar stracarico di masserizie ed esseri umani. Sotto la pioggia, con i lampegginati della Polizia  a fare da scorta e ad illuminare possibili agguati sulla strada dell’esilio. Ladri di bambini, tutti. Senza perdono, senza compassione. La loro cacciata però non è stata decisa da un prefetto o da un sindaco severo, come può accadere a Milano o Verona. L’ordine di stanarli e di sgomberare, baracca per baracca, è arrivato in modo misterioso e trasversale. Da un’entità comunque autorevole, vista la solerzia che ha generato, vista la scientificità della caccia. Lo Stato ha perso il suo monopolio, è svuotato di ogni forza. Comandano gli altri. Quelli che ci tengono a mostrarsi come gli unici protettori della popolazione angariata dagli “zingari”. Per loro le ronde sono palliativi che usano al Nord. Qui, quando si decide di agire, c’è campo libero per le bombe incendiarie.

L’ipocrisia estrema di questa storia dista appena un paio di isolati dai campi incendiati dei rom. Nei commenti sdegnati dei giorni seguenti, nelle rapide retromarccie e scomuniche dei maggiorenti locali del Pd, nelle analisi meditate e ponderose sullo stato della società napoletano – una specialità dell casa – non si troverà alcuna traccia di rione De Gasperi. Eppure c’entra, in questa storia. Gli abitanti che hanno trasformato in una sorta di forca caudina la fuga notturna dei Rom, aiutati soltanto dai volontari della Caritas, sanno bene di cosa si tratta. Mostrano deferenza verso le persone che abitano in quell zona e la presidiano, la stessa che dovrebbereo esibire nei confronti dello Stato. Dovrebbe essere il contrario. Dovrebbero sapere che l’incertezza economica dalla quale scaturisce il rancore disperato che indirizzano verso “nemici” altri e ancora più poveri, dipende anche dall’esistenza del fortino di rione De Gasperi. Perché è di questo che si tratta. Un fortino non autorizzato.

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