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  • venerdì 18 Novembre 2011

La storia del massacro di Jonestown

Nel 1978, in Guyana, 913 membri di una setta religiosa morirono nel più grande suicidio collettivo della storia moderna

di Giovanni Zagni

Nell’altro aereo, un piccolo Cessna a cinque posti che era dall’altra parte della pista, Layton estrasse una pistola che teneva nascosta sotto i vestiti, e ferì tre persone prima di essere disarmato. A bordo c’era anche Jackie Speier, l’aiutante di Lee Ryan. Oggi Jackie Speier è una deputata democratica, eletta nello stesso collegio che fu di Ryan.

A Jonestown, Jones chiamò a raccolta tutti gli abitanti della colonia con gli altoparlanti. Quando tutti furono sotto il padiglione, annunciò che era giunto il momento di commettere il “suicidio rivoluzionario”. Il discorso di Jones fu lungo, oltre tre quarti d’ora. Fu Jones stesso, come aveva fatto molte volte in passato, ad azionare il registratore prima di iniziare a parlare, e fu Jones stesso a interrompere la registrazione una trentina di volte per non registrare cose che non voleva venissero registrate. Il discorso inizia al passato: “How very much I’ve loved,” “vi ho amato veramente tanto”.


(trascrizione)

Jones disse che uno del gruppo in partenza era in realtà un suo uomo (Layton, probabilmente), e che avrebbe sparato al pilota dell’aereo quando questo si fosse alzato in volo. L’esercito della Guyana avrebbe invaso Jonestown, disse. I paracadutisti sarebbero arrivati per ucciderli e torturarli.

La mia opinione è che dobbiamo essere gentili verso i bambini e verso gli anziani e prendere il preparato [the potion] come facevano di solito nell’antica Grecia, e passare oltre tranquillamente, perché non ci stiamo suicidando. È un atto rivoluzionario. Non possiamo tornare indietro.

Jones disse che chiunque fosse contrario all’idea poteva prendere la parola. Parlò solo Christine Miller, 60 anni, di Brownsville, in Texas, che era arrivata in Guyana senza parenti e da mesi aveva chiesto a Jones di poter lasciare la colonia. Fu l’unica a dirsi contraria. Altre persone presero la parola, chi in lacrime, chi chiamando Jones “papà”, dad, ma tutti per dire che erano pronti a morire, se Jones riteneva che fosse il momento di farlo.

Jones fece portare un grosso bidone preso dalle cucine e lo fece mettere su un tavolo davanti al padiglione. Conteneva una mistura rosso scuro, preparata da Schacht, con succo di frutta, cianuro di potassio, Valium, idrato di cloralio (un anestetico) e cloruro di potassio. Gli aiutanti portarono bicchieri di carta e pacchi di siringhe. Il padiglione era circondato dalle guardie, una ventina delle quali erano armate. Nonostante l’annuncio dell’invasione imminente, erano rivolte verso l’interno del padiglione, e non verso la giungla.

Si formarono delle lunghe file davanti al tavolo. Molte madri portarono i loro figli e somministrarono loro “il preparato” se questi erano troppo piccoli per farlo da soli. Jones aveva ordinato di iniziare dai bambini. Dopo aver bevuto, le persone si sedevano tranquillamente nei campi vicino al padiglione, molti di loro in lacrime. Alcune persone fecero resistenza, qualche bambino iniziò a piangere disperatamente. Jones e altri salirono sul palco e, mentre l’avvelenamento continuava, dissero che morire era come “un po’ di riposo” e rassicurarono i presenti sulla vita migliore che li aspettava. Qualche volta Jones sgridò chi si lasciava andare “all’isteria”, e invitò tutti a “morire con un po’ di dignità”.

Aveva smesso di piovere, ma il cielo restava nuvoloso. Il veleno faceva effetto in pochi minuti, e le persone morivano con qualche convulsione e schiumando dalla bocca. Alcuni aiutanti prendevano i cadaveri e li disponevano in file ordinate, in modo da fare spazio agli altri. Altri giravano tra la gente e somministravano il veleno con le siringhe alle persone troppo sconvolte per camminare da sole fino al bidone. Molti, bambini e adulti, furono costretti a bere con la forza. Persino gli animali della colonia vennero uccisi, avvelenati o a colpi di pistola. Quando tutti gli abitanti della colonia, eccetto i pochi che riuscirono a fuggire nella confusione degli ultimi momenti, furono uccisi col veleno, e dopo che le guardie si suicidarono, molte con un colpo di pistola, Jones si sparò alla tempia.

La notizia del massacro arrivò alle autorità statunitensi nell’arco di pochi minuti, dopo che l’FBI riuscì a decifrare i messaggi in codice che da Jonestown erano partiti verso San Francisco e Georgetown, allo scopo di ordinare il suicidio anche ai membri della colonia momentaneamente altrove e ai membri del Tempio rimasti in California. Eccetto quattro persone, una donna e le sue tre figlie nella sede del Tempio nella capitale della Guyana, nessuno eseguì l’ordine. La notizia del massacro arrivò improvvisamente su tutti i mezzi di informazione americani la sera del giorno successivo, quando i canali televisivi e radiofonici interruppero la programmazione per trasmettere la notizia. Time e Newsweek misero le foto dei corpi in copertina, entrambi con lo stesso titolo: Cult of Death.

Morirono in totale 913 persone, 909 a Jonestown e quattro a Georgetown, a cui vanno aggiunti i cinque membri della spedizione di Ryan. Circa il 70 per cento dei membri del Tempio dei Popoli erano afroamericani. Un terzo erano anziani. 304 erano minorenni, di cui 131 minori di dieci anni. Tutti i cadaveri vennero portati negli Stati Uniti da aerei dell’esercito, dato che la Guyana rifiutò l’autorizzazione di seppellirli a Jonestown. Solo la metà furono seppelliti dai parenti: molti non avevano abbastanza soldi per pagare le spese di trasporto e di sepoltura, altri si vergognavano che un membro della famiglia fosse rimasto coinvolto nel “culto della morte”. I corpi di Jim e di Marceline Jones vennero cremati, e le loro ceneri disperse sull’Atlantico.

Dick Tropp, che nella colonia era un insegnante di inglese, lasciò prima di uccidersi una nota molto lunga, che iniziava così:

18 nov. 1978 – L’Ultimo Giorno del Tempio dei Popoli
A chiunque trovi questa nota:
raccogliete tutti i nastri, tutte le carte, tutta la storia. La storia di questo movimento, questa azione, deve continuare ad essere esaminata. Deve essere compresa in tutte le sue incredibili dimensioni. Le parole vengono meno. Abbiamo donato le nostre vite a questa grande causa. Siamo fieri di avere qualcosa per cui morire. Non abbiamo paura della morte. Speriamo che il mondo realizzi un giorno gli ideali di fratellanza, giustizia e uguaglianza per i quali Jim Jones è vissuto ed è morto. Abbiamo scelto tutti di morire per questa causa. Sappiamo che non c’è modo, per noi, di evitare le interpretazioni sbagliate. Ma Jim Jones e questo movimento erano nati troppo presto. Il mondo non era pronto per lasciarci vivere.

(attenzione: foto impressionanti)

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