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  • venerdì 18 Novembre 2011

La storia del massacro di Jonestown

Nel 1978, in Guyana, 913 membri di una setta religiosa morirono nel più grande suicidio collettivo della storia moderna

di Giovanni Zagni

Durante le adunate successive, il predicatore mise ai voti più volte la proposta del “suicidio rivoluzionario” per l’intera comunità, nel caso le cose fossero peggiorate ulteriormente. Era la prima volta che i fedeli del culto sentivano parlare di suicidio collettivo. Le prime due volte che propose la votazione, Jones non raccolse più di tre voti.

Dopo la morte della madre Lynetta, nel dicembre del 1977, l’unica che aveva un’influenza moderatrice su Jones e poteva permettersi di criticarne apertamente gli eccessi, il tema della morte iniziò a comparire sempre più spesso nei discorsi di Jones. Nel mezzo delle sue tirate contro i nemici veri o presunti della comunità, spesso lunghe, incoerenti e violente (Jones usava da anni parole volgari e oscene anche durante i sermoni dal pulpito) il predicatore parlava della necessità che i fedeli iniziassero a “programmare” la loro morte. Un evento così importante, diceva, non poteva essere lasciato al caso, ed era necessario programmarlo “per la vittoria del popolo, per il socialismo, per il comunismo, per la liberazione dei neri, per la liberazione degli oppressi”, come disse in un discorso pronunciato il 21 dicembre 1977.

I collaboratori più stretti di Jones progettavano il modo in cui si sarebbe potuto uccidere tutti gli abitanti della colonia, durante discussioni notturne sotto la direzione di Jones. L’unico medico della comunità era Larry Schacht, un 29enne che non aveva mai finito gli studi di medicina e che soffriva di una pesante forma di depressione. Il solo dottore in una comunità di circa mille abitanti, era pieno di lavoro. Nel suo giorno libero, il mercoledì, progettava il modo migliore per uccidere gli uomini che nel resto della settimana cercava di curare, crescendo colture di germi nocivi. Nelle riunioni notturne del gruppo di Schacht vennero discusse in dettaglio diverse soluzioni, tra cui accompagnare uno per uno i membri della comunità in un luogo isolato dove sarebbero stati uccisi con un colpo in testa, l’avvelenamento del cibo e dei pozzi o lasciare morire tutti di fame. Per evitare che si proponessero le soluzioni più terribili, un leader del movimento rimasto a San Francisco, al corrente dei piani di suicidio-omicidio, cercò di mandare in Guyana più munizioni per le armi.

Chi manifestava apertamente il desiderio di tornare a casa, o criticava le condizioni di vita di Jonestown, veniva assegnato a “squadre di rieducazione” costrette per giorni interi a lavori pesanti, e veniva criticato violentemente davanti a tutti da Jones, che li accusava di essere “controrivoluzionari” o “elitisti”, gli stessi termini usati in Cina o in Unione Sovietica contro i dissidenti. Gli altoparlanti trasmettevano fino a notte fonda i discorsi di Jones, che li leggeva in un altoparlante nella sua abitazione isolata su una collina e grande circa il doppio delle altre, o li registrava per quando sarebbe stato troppo rintontito dalle droghe o dall’alcool per leggerli. Quando Jones diceva di riportare le notizie dal resto del mondo, si trattava per lo più di notizie inventate sulle condizioni degli afroamericani negli Stati Uniti, che riportavano castrazioni forzate per le strade di Chicago o la distruzione di intere città a causa di scontri etnici. Venne introdotta una graduale censura delle lettere da e per la comunità.

Quando il console statunitense Richard McCoy arrivò nella comunità a metà gennaio del 1978 per una serie di controlli, seguendo le informazioni che parlavano di punizioni corporali e di come i membri fossero costretti a girare al Tempio tutto il denaro che arrivava dall’estero, trovò solamente persone disposte a giurare che a Jonestown erano perfettamente felici e che verso di loro non era stata fatta alcuna violenza. Anche chi era stato condannato alle squadre di lavoro non espresse alcuna critica su come la comunità veniva gestita.

La prima denuncia alle autorità degli Stati Uniti dello stato di separazione dal mondo esterno in cui erano tenuti gli abitanti di Jonestown arrivò nell’aprile del 1978, presentata a San Francisco da venticinque membri di un gruppo di fuoriusciti e parenti degli emigrati, i Concerned Relatives (“parenti preoccupati”). Il loro portavoce, Tim Stoen, disse che fino ad allora erano stati troppo spaventati per denunciare apertamente Jones. Questi, quando seppe della petizione, riunì la comunità e disse che “quasi tutti i vostri dannati parenti” erano coinvolti nella congiura delle autorità statunitensi per distruggere Jonestown. Dopo aver tenuto un lungo e confuso discorso, costrinse diverse persone a raccontare come avrebbero torturato i loro parenti, se ne avessero avuta la possibilità. Le confessioni, fatte spesso con toni esitanti, vennero registrate. Poi il discorso riprese, per ore. Al termine arrivò l’ennesimo richiamo al suicidio. In quei giorni, Jones fece pressione su Schacht perché velocizzasse le ricerche sugli strumenti per il “suicidio collettivo”.

E Schacht lo trovò. Dopo aver letto un articolo su una rivista specializzata australiana, che diceva che la dose letale di cianuro era di 250 mg, Schacht ordinò poco meno di mezzo chilo di cianuro di sodio, sufficiente ad uccidere quasi duemila persone, alla ditta J. T. Baker, un’azienda chimica di Hayward, in California. Il costo della sostanza fu di 8,85 dollari.

Leo Ryan
Leo Ryan, un deputato californiano democratico di 53 anni, era conosciuto per i suoi modi decisi e per alcune iniziative poco ortodosse per informarsi in prima persona dei problemi di cui si occupava. Quando era membro del Congresso della California, aveva trovato un lavoro come supplente in una scuola per documentare le condizioni dell’educazione nel sobborgo di Los Angeles di Watts, dove c’era stata una rivolta violenta della popolazione nera, e qualche anno dopo si fece rinchiudere per dieci giorni, usando uno pseudonimo, nella prigione di Folsom (quella diventata famosa per i concerti di Johnny Cash) per verificare le condizioni dei carcerati.

Nel 1977 Ryan aveva criticato al Congresso Scientology e la setta del reverendo Moon, ma non si interessò nello specifico al culto di Jones fino al 1978, quando un suo amico, Sam Houston, gli disse che era preoccupato per la moglie di suo figlio (morto poco tempo prima) e per le sue due nipoti, che si erano trasferite in Guyana. Houston mise Ryan in contatto con i Concerned Relatives, che si aggrapparono a lui come alla loro ultima speranza. Il primo novembre 1978, Ryan mandò a Jones un telegramma in cui annunciava che intendeva fare visita a Jonestown (e portare con sé una troupe televisiva della NBC). I membri della chiesa scrissero alla NBC e a Ryan per dissuaderli dal loro progetto, mentre Jones fece pressione sul governo della Guyana dicendo che permettere la visita sarebbe stato “un grave errore”.

Jones annunciò la visita ai residenti di Jonestown descrivendo Ryan come un violento razzista e giurando che non avrebbe mai messo piede nella colonia. In quei giorni le droghe e una forma di edema gli impedivano quasi di camminare.

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