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Per legge superiore

Il romanzo di Giorgio Fontana sulla giustizia, su Milano e sulla complicazione delle cose

di Giorgio Fontana

Ma uscendo dal ristorante, Doni vide un raggio di luce tagliare i palazzi all’incrocio con via Conservatorio. C’era una calma innaturale in quel momento, una bellezza scritta nel contrasto: la teoria di Salvatori confutata, e Milano improvvisamente splendida.
Doni ricordò di quando, da giovane, tornava a casa dei suoi dopo le lezioni di diritto. Tagliava per quelle strade e risaliva via Sottocorno, poi corso Indipendenza fino a piazzale Susa, dove suo padre aveva comprato un trilocale con i risparmi del nonno. Ogni tanto si fermava in un bar del corso per un tramezzino, oppure deviava verso nord e andava a vedersi un film in corso Buenos Aires. Nessuna vertigine – soltanto la dolcezza di una tregua.
Salvatori lo stava anticipando di qualche passo. Doni si fermò un istante a guardare ancora la luce: il raggio si era frantumato in una sorta di nitore sparso che avvolgeva ogni cosa: i rami pieni di gemme, le pareti dei palazzi, i davanzali. Aprile sembrava un corpo prima ancora che un mese.
Un bambino scattò verso la fontanella davanti la chiesa di San Pietro in Gessate. Un anziano elegante infilò il giornale sottobraccio e lanciò due note con un fischio.
Doni sentì un fremito e lo catalogò sotto un piacere che non provava da tempo – una cosa breve, immediata e che probabilmente dipendeva dalla birra: era vivo.

Passò il pomeriggio nella sede dei server, a sbrogliare un problema con i tecnici. (Suo malgrado, era stato nominato responsabile dei computer della Procura Generale). Una segretaria aveva cancellato per errore parte del database, anche se continuava a negarlo. Era in lacrime sulla sedia e scuoteva la testa e il dito indice: non è colpa mia, non è colpa mia!, diceva, si è chiusa una finestra di colpo sullo schermo, non ho capito cos’è successo, ma non è colpa mia!
Doni aveva poche nozioni al riguardo e la responsabilità di decidere cosa salvare: i tecnici ne avevano molte di più, ma erano abbastanza confuse. Mentre discuteva sul da farsi lo chiamò Ferrero. Un collega piemontese, magrissimo, probabilmente pazzo. Doni uscì e rispose al cellulare.
«Roberto», disse. «Ti cercavo».
«Marco».
«Ti posso rubare un secondo? Ho un problema con il pc».
«Anch’io», disse Doni. «E con diversi pc».
«In che senso?».
«Sono nella sala server, è successo un mezzo casino». «Ah». Un attimo di pausa. «È che si tratta di un virus». «Fai partire l’antivirus».
«Non so come si fa».
«Come, non sai come si fa?».
«Non lo so. Ho sessantun anni, Roberto».
«Che c’entra? Io ne ho sessantacinque».
«Non puoi venire a darci un occhio?».
Doni sentì il sangue pulsare all’altezza della coscia sinistra.
«Marco» disse con calma, «ci sono i tecnici per questo. Chiamane uno. Io sono un magistrato. Già mi domando perché sia qui».
«Lo so, lo so, ma sai com’è…». Abbassò la voce. «Di te mi fido, sei un collega. Questi poi chissà cosa dicono in giro».
«E che dovrebbero dire?».
«Abbassa la voce… No, è che sai, giri su certi siti e poi magari ti trovi i virus, no?».
«Certi siti?».
«Abbassa la voce».
Doni sussurrò: «Marco, mi stai dicendo che vai sui siti porno a lavoro?».
«Ma no, ma che porno. Cioè, non proprio. Faccio dei giri su internet, ogni tanto… Va be’, dai, ci siamo capiti, fra uomini. Allora, mi dai una mano?».

Quando tornò nel suo ufficio, la luce era calata e il Palazzo aveva ripreso il sopravvento. La piccola gioia del mezzogiorno – scomparsa.
Doni alzò la tenda e guardò fuori. Erano le sei e un quarto e gran parte del lavoro che avrebbe voluto finire giaceva ancora intonso sulla scrivania. Impiegò qualche istante a decidere se fare serata, come quando era più giovane (e la cosa gli piaceva: gli piaceva scendere di corsa per una piadina e una coca-cola, gli piaceva sentire il giorno che se ne andava, il brivido improvviso della sera – gli piaceva lavorare nel deserto e in solitudine), oppure tornare a casa.
Alla fine si convinse a rimandare. Era troppo stanco e il finale di pomeriggio a togliere virus da quel pervertito di Ferrero l’aveva distrutto. Sedette alla scrivania, fece un cerchio con il mouse, e aprì Outlook per dare un’ultima occhiata alla posta elettronica.
Fra le e-mail ancora da leggere, ce n’era una da un indirizzo sconosciuto. La aprì.

Per legge superiore è il nuovo romanzo di Giorgio Fontana, scrittore trentenne di Saronno, pubblicato da Sellerio. Goffredo Fofi ha scritto su Internazionale che è “un romanzo inaspettatamente maturo, denso, chiaro, importante, seguendo un modello che tanti hanno cercato malamente di copiare ma con risultati scadenti, spesso opportunistici e furbetti. Il modello è quello di Sciascia, romanziere civile, colto, morale, che ha scavato nelle pieghe più nere della nostra società. Fontana ambienta la sua storia in una Milano di minuziosa topografia, piatta nella sua felicità abitudinaria e consumistica, ma amata. Il suo “giallo” si concentra sulla crisi di un magistrato, sostituto procuratore generale, coinvolto nella scoperta di un’innocenza. Ma se dichiarerà innocente l’immigrato che tutti vogliono colpevole, metterà in crisi carriera e affetti, immagine e abitudini. Il personaggio di Doni è uno dei più belli della nostra letteratura recente, con la sua storia comune, i suoi dubbi e incertezze morali, e infine il suo rifiuto di accettare il mondo com’è, l’Italia com’è”.

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