La pioggia e Zanzotto

Pensieri sul poeta morto venti giorni fa, sul Veneto di Brunetta e Paniz e Ghedini, sulla Liguria delle alluvioni

di Filippomaria Pontani

Perché il Veneto è una terra che per anni si è lamentata di non avere un’adeguata rappresentanza politica, e ora ha prodotto una classe dirigente folta e rancorosa, per lo più ignara della “bontà” dei Veneti d’antan, e segnata alternativamente da due caratteri sostanziali della venetudine, il servilismo al padrone e la boria incattivita. Da queste terre provengono, per fare gli esempi più ovvi, i favoriti di Paniz, i mavalà di Ghedini, le tetre minacce di Sacconi, i ghigni ringhiosi di Brunetta, le cardinalizie camarille di Galan (per non parlare di fenomeni-limite, anche sul mero piano linguistico, come gli ultimi due sindaci di Treviso). Questa antropologia del potere si può spiegare come emergenza in alto loco di quella che Zanzotto dipingeva come la “mentalità veneta rosea e tabaccosa, che pur sotto questa specie di sonnolenta (o pimpante) bonarietà cela talvolta inflessibili durezze padronali”. Del resto, in tempi non sospetti, il poeta mise in exergo a uno dei suoi testi più potenti un rapido, quasi profetico scambio di battute:

«Ti piace essere venuto a questo mondo?» Bambino: «Sì, perché c’è la STANDA»

(Sì, ancora la neve, in La Beltà, 1968).

Dietro il paesaggio sta l’umanità che lo modella, che lo stravolge, sta un’idea di futuro che troppe volte, qui a Nordest, si è tradotta in mero sfruttamento dell’esistente (lo dicemmo, in occasione delle alluvioni dell’anno scorso, con dovizia di particolari ), e sta quindi  la fin troppo facile metafora del “qui viene già tutto”, “siamo immersi nella palude” (“la ne sbandona zó inte’l palù / tuto se scòla, no ghe xé più”: A. Z., Recitativo veneziano, in Filò, 1976). Forse oggi chi conoscesse dall’interno la situazione edilizia e politica della Liguria potrebbe essere tentato dall’applicazione di affini categorie di analisi anche a quella terra, nonostante la storia diversa e la diversa antropologia. Sotto giunte d’ogni colore, i diluvi come carri armati (“sotto i cingoli dei diluvi / spaccate in frane / e crollate qua e là le colline”: A. Z., Conglomerati, Milano 2009, 194). Non più gli epici acquazzoni sull’eterno campo da rugby di Marco Paolini, né “le piogge che a novembre / lavano i cani di gesso / dei villini e le lische delle bisce” (F. Fortini, A un amico di Lerici, 1982). Piuttosto l'”impenetrabile fangore dell’aria” (Cesare Ruffato, La nave per Atene), o quelle “piove sensa requie” che oggi descrive uno dei più attenti studiosi e ammiratori di Zanzotto, Gian Mario Villalta, nel miglior libro di poesia pubblicato quest’anno (“De qua na montana de scuro / e l’è nda’ soto romai la luna e mesi e intiere / staión: sta su el let, la scala, la cusina / co la so luse amara”: da Vanità della mente, Milano 2011, Premio Viareggio).

Alcuni troveranno consolazione nel fatto che le alluvioni, in Italia, ci sono sempre state, che Veneto (1951; 1966) e Liguria (1970), per tacere delle altre, sono regioni d’acque, dove la negoziazione con l’elemento liquido è costante e molteplice (“Quali gradini di prudenza cingevano / Custodivano e iscrivevano il loro patto / Su questa cala, stretto punto d’appoggio / Fra tempesta e sereno”: C. Tomlinson, Vernazza, 1999). Altri invece penseranno – come mi suggerisce l’amico geografo Francesco Vallerani – che la precisa regolazione dei fossi della Serenissima è stata negli anni colpevolmente trascurata, e sostituita al più da interventi puntiformi talvolta addirittura controproducenti quando ignoravano la realtà più ampia del sistema-bacino; o penseranno che – come mi suggeriva anni fa Cesare Garboli – negli ultimi decenni la costa della Versilia e del Levante è stata irreversibilmente deturpata e dissestata dalla cementificazione, da Viareggio al Cinquale, da Sestri a Nervi. Non ci vuole l’Istituto superiore per la Protezione e Ricerca ambientale per sapere che questa è la condizione di buona parte del Paese; e ha qualcosa di osceno il fatto che la denuncino oggi (“forse si è costruito dove non si doveva”) gli stessi baldanzosi autori dei condoni edilizi e dei piani-casa, peraltro pronti domani, sull’onda dei rescritti europei, ad alienare al lìbito dei privati altre migliaia di ettari agricoli.

“E chi per profitto vile / fulmina un pesce, un fiume, / non fatelo cavaliere / del lavoro. L’amore / finisce dove finisce l’erba / e l’acqua muore. Dove / sparendo la foresta / e l’aria verde, chi resta / sospira nel sempre più vasto / paese guasto: «Come / potrebbe tornare a esser bella, / scomparso l’uomo, la terra»” (G. Caproni, Versicoli quasi ecologici, in: Res amissa, 1972-88).

Forse, al di là dei fatti singoli e della retorica, si potrebbe convenire sul fatto che è mancata (o è stata insufficiente) una manutenzione ordinaria, una difesa della norma, anche quando gli studi di tanti istituti e di tante accademie l’avevano definita con precisione, come avvenne con i Piani di assetto idrogeologico del 2005, rimasti per lo più inattuati per mancanza assoluta di risorse. Come se la conservazione di “questa artificiosa terra-carne” (A. Z., Esistere psichicamente, in: Vocativo, 1957) fosse cosa scontata e a sé, non meritevole di investimenti o di progetti; come se con canali e scolmatori non si vincessero le elezioni, mentre fosse più facile spuntarla sbandierando Ponti sullo Stretto o fantomatici Gran Premi: “mentre si mutano segnaletiche / ed etiche di operazioni e disperazioni / ormai fuori portata di furti umani / succhiate in altre risacche, in altri cloni” (A. Z., Sovrimpressioni, Milano 2001, 58). Qui come altrove, è il senso del funzionamento ordinario che si è perso, non beninteso nell’opera dei tanti che tengono in piedi la baracca prodigandosi in esso ogni giorno, ma nella rappresentazione pubblica che non cessa di deprimerlo a vantaggio dell’eccezione, dell’eccezionale, del super. Ma l’importanza del modesto funzionamento ordinario i poeti spesso la conoscono, se è vero che Zanzotto lavorò per anni come maestro di scuola media, così come Caproni insegnò una vita alle elementari, e oggi Villalta (che pure dirige quel complesso evento che è Pordenonelegge) è professore di liceo. Di quella umile Italia…

In fondo forse è per una strana pietas del destino che all’anziano poeta di Soligo è stato risparmiato l’estremo spettacolo della devastazione ligure, il fango che ha travolto prima la culla della poesia italiana del Novecento (la casa dei Doganieri, punta del Mesco, il nido rugginoso di Corniglia, l’accelerato di Monterosso), e poi la sua metropoli (“Genova di piovasco, / follia, Paganini, Magnasco”). Narrano le cronache che dopo i fatti delle Cinque Terre il governatore del Veneto abbia telefonato al suo collega ligure per mettere a disposizione il know-how tecnico-giuridico maturato negli allagamenti di pochi mesi fa. Chissà se i due si saranno scambiati anche qualche indicazione di lettura: il Genovese avrebbe avuto dalla sua almeno i versi dell’altro anziano poeta (scomparso un anno fa: la “vecchia guardia” del Novecento è ormai tutta nei Campi Elisi), che proprio dove ora sono le acque, “sopra l’asfalto dei lungobisagni”, meditava sull’eredità di Pier Paolo Pasolini:

ci guarda con occhio tetro (un occhio stravecchio di vetro), la triste Gaia:

(un occhio di multimammia massaia): (un occhio di menagramoso malocchio, di maligna

matrigna): (un malandatissimo occhio inquinato: un occhio economico, un logico occhio

ecologico): così lei ci guarda, lei noi: gli eliminabili mangiaminestre suoi labili:

(Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco, Milano 2002, 238).

 

« Pagina precedente 1 2