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  • sabato 5 Novembre 2011

Il discorso di Pier Luigi Bersani

E’ un gioco pericoloso non solo per noi, ma per la democrazia!
Vogliamo una maggioranza per governare, e il giorno dopo si fa sul serio!
Vi garantisco che si fa sul serio, e si allineano i costi della nostra politica ai costi europei. Non un euro in più. E dopo tante parole a vuoto, qualcosa di serio sulla Pubblica Amministrazione! Cinque livelli di governo non si possono più sostenere! La pletora amministrativa e delle società pubbliche non si può più sostenere. La spesa corrente va messa sotto controllo davvero, come già abbiamo dimostrato di saper fare a differenza della destra, tutta chiacchiere e distintivo, capace solo di farla crescere, azzerando gli investimenti.

Cominceremo dunque da lì, e insieme, da subito, una riforma fiscale.
L’evasione deve pagare, i patrimoni rilevanti e le grandi ricchezze devono pagare. Non può pagare solo chi sta pagando adesso e chi ha pagato fin qui, non si può dare addosso solo al lavoro, ai pensionati, alle famiglie.
Ci vuole un fisco orientato all’equità, al lavoro, alla crescita.
Noi sappiamo come si fa e lo faremo. Perché sono il fisco e l’evasione, le cose che ci fanno più diversi dall’Europa, anche se nella lettera del Governo non se ne faceva cenno!
E le liberalizzazioni, noi le abbiamo fatte, noi le sappiamo fare, ne abbiamo un nuovo elenco pronto e le faremo, perché pensiamo che la flessibilità non la si può chiedere solo ai lavoratori, che non si può scaricare sul consumatore, a piè di lista, i costi e i profitti di chi è protetto, che non si può impedire a un giovane di fare il mestiere che sa fare. Non puoi tenerlo a tirocinio per mesi o anni senza che prenda un euro!

E poi il welfare da preservare e riformare. Cominciando dalla precarietà. Lo ripetiamo: un’ora di lavoro stabile deve costare un po’ meno e un’ora di lavoro precario deve costare un po’ di più. Questa è la premessa per dare a un ragazzo la possibilità di arrivare per tempo a un salario decente. Ed è la condizione perché lui e tutti i suoi coetanei abbiano la speranza di una pensione decente. In questa logica, e solo in questa logica, siamo pronti a confrontarci: a discutere delle ricadute in positivo di un meccanismo di flessibilità volontaria in uscita, che può e deve alzare l’età effettiva di pensionamento.
Bisogna fare qualcosa per chi cerca il lavoro e non lo trova.
Anche a noi piace la Danimarca, la flexicurity di cui in questi giorni il Governo si è improvvisamente innamorato; che costa però tantissimi soldi. La Danimarca noi la stiamo vedendo in cartolina! Da un anno e mezzo è in corso una fase violenta di espulsione dal lavoro.

Vogliamo, in aggiunta, incoraggiare i licenziamenti, pensando che questo di per sé migliori il mercato del lavoro?
Come si può pensare una sciocchezza simile?
Perché non pensiamo piuttosto a crearlo, un po’ di lavoro.
Perché non pensiamo alla politica industriale, alla ricerca, alle tecnologie italiane, alle reti, all’efficienza energetica, all’economia verde, al nostro made in Italy a partire dal potenziale che può esprimere il Mezzogiorno! Perché non pensare per il Mezzogiorno a mettere almeno una parte delle residue risorse europee in un programma garantito e automatico per investimenti e occupazione di giovani e donne a cominciare dai giovani laureati?
La nostra industria, la nostra agricoltura abbandonata, i servizi, la piccola impresa: vogliamo tornare a occuparcene?
Perché il lavoro non cade dal cielo, ma viene da lì.
Insomma, riforme!

Un progetto di ricostruzione per il lavoro: per il lavoro delle donne e delle nuove generazioni.
E riforme per la ricostruzione democratica.
Dopo dieci anni di cura populista c’è tutto da risistemare e su tutto abbiamo pronta una proposta. Istituzioni, legge elettorale, federalismo, funzionamento della giustizia, conflitti di interesse e incompatibilità, informazione e Rai tv, ovunque si volge lo sguardo c’è un peggioramento, c’è malfunzionamento, c’è discredito del sistema.
Perché era l’altro modello che secondo loro doveva funzionare: quello del “salvatore della patria”, quello del nome sul simbolo, quello del consenso che viene prima delle regole, perché le regole legano le mani al campione; il modello che vive sul nemico e sul capro espiatorio: il magistrato, il comunista, il terrone, l’immigrato, l’euro.
Il modello che non conosce la distinzione dei poteri, il modello che comunica ma non governa, perché quel che conta non è fare, è raccontare; non è fare è dire che si fa, è convincere che si sta facendo, è gonfiare con la comunicazione la bolla delle illusioni.
Noi da questa piazza lo diciamo all’Italia: questo modello ci ha precipitati nel fondo del pozzo perché non è in grado di decidere nulla, e alla fine il conto lo paghiamo tutti!

Ma attenzione. Ci riproveranno, non hanno altra carta che quella!
E allora qui diciamo: noi siamo pronti alla battaglia e stavolta il terreno lo imporremo noi!
E il terreno sarà un’alternativa chiara: o il modello populista o la riforma della democrazia nel solco della Costituzione.
Questa sarà la scelta. O affidarsi di nuovo a un imbonitore o scegliere finalmente un modello che ci riporta alle grandi democrazie del mondo. Perché salvatori della patria non ce ne sono più – abbiamo già dato! – e ci si può salvare solo tutti assieme!

Ecco dunque – care democratiche e democratici, amici e compagni che siete qui – la ricostruzione che vogliamo è una ricostruzione civica, morale, economica e sociale. E’ una profonda ricostruzione democratica.
Fra poche settimane presenteremo il nostro progetto alla “Conferenza per la Ricostruzione”.
Siamo pronti.
E del resto cos’altro abbiamo fatto in questi anni, cos’altro stiamo facendo se non predisporre idee e progetti, per l’Italia?
Diremo alla “Conferenza per la Ricostruzione” la sintesi del nostro progetto, e sarà un progetto alternativo, un progetto di cambiamento. Pareggio di bilancio sì ma insieme a equità, lavoro e sviluppo.
Ci rivolgeremo alle italiane e agli italiani.
Chiederemo l’aiuto di tutti per sgombrare le macerie di questi anni.
Ci metteremo al servizio di un risveglio collettivo.
Proporremo un progetto di governo che sappia parlare alle sensibilità positive, ai movimenti che si sono risvegliati nel Paese.
Quello delle donne, innanzitutto.

Perché l’autonomia e la dignità delle donne, insieme al loro stare in campo, misurano da sempre il grado di civiltà, di benessere, di un paese. Quando il rispetto per le donne regredisce, quando si umiliano i loro diritti, è il Paese intero che subisce un danno culturale e sociale incalcolabile. Ma insieme, e grazie ai movimenti, abbiamo reagito. Quelle piazze d’Italia di febbraio con la sciarpa bianca sono state un simbolo di riscossa prima di tutto sul piano civile. E ci inchiniamo, un mese dopo la tragedia, alla memoria delle cinque donne morte fra le macerie del laboratorio in cui lavoravano a quattro euro l’ora. Sentiamo tutti la vergogna di quelle morti.

Vogliamo dunque un cambiamento che poggi sulle straordinarie risorse femminili di questo Paese. Più donne nel lavoro, nelle carriere. Più donne nelle Istituzioni. Più riconoscenza per la loro intelligenza.
E allora diciamo sì a un piano per l’occupazione delle donne a partire dal Sud. Diciamo sì’ alla legge contro le dimissioni in bianco che questo governo ha stracciato. E alle risorse per la scuola pubblica e la cultura. Se faremo tutto questo anche l’economia si rimetterà in moto, si torneranno a fare figli e le famiglie saranno più forti contro la crisi. E soprattutto basta con umiliazione e la retrocessione delle donne! Dignità e rispetto!

Sapremo parlare con la forza del riformismo, al richiamo che ci viene dai movimenti che sono cresciuti attorno alla domanda di diritti, in un paese che fatica persino a licenziare una norma di civiltà contro l’omofobia, o riconoscere che un bambino nato qui, di qualsiasi colore sia è un italiano! Movimenti attorno ai beni comuni, a cominciare da quello della legalità e dal bene comune dell’istruzione, della conoscenza, della scuola.
Sapremo parlare alle speranze che tornano a fiorire nel Mezzogiorno e che abbiamo visto vivere sui volti e nelle parole dei duemila ragazzi che abbiamo incontrato a Napoli e che faranno con il Partito Democratico un viaggio lungo un anno, un viaggio di formazione, scambio di esperienze e iniziative sul territorio.
E ci faremo interrogare dal risveglio di sensibilità religiose che sentono il dovere di una presenza più attiva sul terreno della politica.

Stiamo lavorando e vogliamo lavorare ancora per offrire a loro lo spazio di una politica consapevole delle sue responsabilità, della sua autonomia e anche del suo limite, una politica che poggi sul pilastro di un Umanesimo forte, sulla centralità della Persona; una politica che possa unire i credenti e i non credenti appassionati della comune umanità degli uomini, della loro dignità e della loro libertà.
Ci metteremo a servizio, non a comando.
Chi ha il compito di guidare si mette a servizio, perché il senso del guidatore sta nel viaggio di tutti e non nel suo!
Il messaggio fondamentale lo daremo, ho detto, alle italiane e agli italiani.

Le alleanze politiche vengono dopo. Perché il più contiene il meno; e perché se non si alza la canzone popolare i cantanti da soli concludono poco!
Le alleanze politiche sono dunque per noi la conseguenza, non la premessa, della proposta per l’Italia.
Se diciamo ricostruzione, allora diciamo alleanza dei progressisti e dei moderati, diciamo patto di governo per una legislatura di ricostruzione, per sostenere la riscossa del Paese, per sconfiggere il rischio che viene dalla peggiore destra d’Europa.
E’ inutile immaginare una destra diversa, la destra italiana è quella e non può essere che quella!
Questa dunque è e resta la nostra proposta: alleanza dei progressisti e dei moderati per una legislatura di ricostruzione.
Unità per la ricostruzione.

Sappiamo che questa proposta è una sfida per tutti.
Per il centrosinistra, per le forze di centro e per lo stesso Partito Democratico. Ma guardando il dramma del Paese tutti devono accettarla!
Il Centrosinistra è alla prova della sua credibilità.
Tutti, Partito Democratico, SEL, IDV, Partito Socialista ne siamo consapevoli. Vogliamo ne siano consapevoli quelle culture radicali, e quelle culture ambientaliste a cui ci rivolgiamo con amicizia.
Nessuno si stupisca che il Partito Democratico dica con forza: non rifaremo l’Unione.

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