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  • sabato 29 ottobre 2011

A cosa serve la Leopolda

Quattro protagonisti della riunione di Firenze spiegano cosa se ne aspettano e cosa bisognerà fare dopo

di Antonio Campo Dall'Orto, Giuliano Da Empoli, Giorgio Gori, Riccardo Luna

La verità è che, nel nostro Paese, si sono prodotti mutamenti nella struttura economica, sociale e culturale che non hanno ancora trovato una traduzione politica. A questo punto, tutto dipende dalla capacità di fare leva sugli elementi più vitali della trasformazione in corso per ricostruire una visione motivante del futuro.

– la fine della questione generazionale. In Italia, la questione generazionale è finita. Non perché le condizioni dei giovani siano migliorate: è vero il contrario. Ma semplicemente perché l’emergenza è quella di un Paese nel quale il vecchio sistema delle paghette del nonno che compensavano le lacune del welfare dei nipoti non funziona più. I costi dell’immobilismo non sono più concentrati su alcune fasce di outsider: stanno creando metastasi nel corpo sociale nel suo insieme.

In modo analogo, i segnali di rinnovamento non arrivano certo esclusivamente dalle generazioni più recenti. La Leopolda sarà l’appuntamento di tutti gli innovatori, e dovrà smentire anche una volta per tutte chi fa finta di non aver capito che il concetto di rottamazione si applica alla classe politica, non ai milioni di cittadini e di lavoratori che hanno gettato le fondamenta di una delle democrazie industrializzate più avanzate del mondo.

– l’affermazione di nuovi protagonisti. Il problema è che parlano sempre gli stessi. La ridicola sovraesposizione della politica fa sì che i protagonisti del mutamento siano occultati dagli schiamazzi dei peones dell’immobilismo. Il grado di notorietà dei Bocchino e degli Scilipoti è, assurdamente, molto superiore a quello degli Alessandri o dei Ghisolfi.

La Leopolda deve servire anche a questo: usare la sovraesposizione mediatica della politica per dare visibilità ai protagonisti di un rinascimento possibile. Immettere nel dibattito nazionale i volti e soprattutto le idee di una nuova categoria di imprenditori, di studiosi, di uomini e di donne del volontariato e dell’associazionismo, di amministratori locali che hanno il potenziale per cambiare l’Italia.

– il valore di un’ora. In tutte le società avanzate, la grande barriera che tiene gli outsider fuori dalla politica è il tempo. Nel mondo del lavoro, ma anche nel tempo libero, il valore di un’ora si è moltiplicato per venti o per trenta grazie ai progressi della tecnologia. In politica, invece no. Lì le forme della partecipazione continuano a essere quelle di sempre: interminabili riunioni e assemblee dall’esito incerto, comitati e sottocomitati che passano giornate intere a non decidere nulla. Sarebbe frustrante per chiunque. Ma per chi è abituato ai tempi istantanei della rete, è addirittura insopportabile.

Nelle sue modalità di svolgimento, ma soprattutto nel seguito che l’incontro avrà nei mesi successivi, la Leopolda dovrà imporre un nuovo paradigma. Presenza on e off-line devono avere pari dignità e intrecciarsi di continuo. Per quante persone in gamba si possano riunire in una sala, perfino gigantesca come la Leopolda, le idee migliori sono sempre là fuori, in attesa che qualcuno le vada a pescare.

Un rigoroso discorso di verità unito a una visione del futuro, l’iniezione di nuovi protagonisti nel dibattito nazionale attraverso un ripensamento delle forme stesse dell’azione politica: immaginare che tutto questo accada in un weekend sarebbe ridicolo. Ma, come dice il saggio, anche un viaggio di mille chilometri inizia con un singolo passo.

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