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  • giovedì 13 Ottobre 2011

La storia di Nueva Germania

E un'altra mezza dozzina di storie intorno, raccontate in un incontro berlinese con l'artista David Woodard

di Ivan Carozzi

«Prima della partenza per il Paraguay, nella mia immaginazione quei tedeschi biondi, rossicci, prigionieri di un limbo tropicale, che parlavano un misto di tedesco antico e guaranì, erano diventati delle specie di celebrities». Il timbro frusciante della voce di Woodard, che a tratti si prosciuga, scompare e poi torna ad affiorare, ricorda il flusso placido di una vecchia radio a valvole. Il modo con cui porta la tazza di caffè alle labbra, con cui siede accavallando le gambe, insieme alla cura che anticipa la scelta di ogni parola, rendono di colpo vivo e plausibile un remoto cliché di eleganza. Quel contegno estinto e mitteleuropeo, nonostante le origini californiane, che era già declinante nei romanzi di Thomas Mann. «La comunità di Nueva Germania, specie nei membri più anziani, conserva la riservatezza, quelle cupe apparenze, direi, che costituivano un tratto culturale delle popolazioni sassoni da cui discendono. Poi si aprono, in particolare certe anziane signore, e diventano deliziosi». Nei primi decenni del ‘900 partirono dalla Germania altre ondate migratorie, formate da seguaci del credo mennonita, una variante dell’anabattismo. Non avevano tuttavia l’alimento utopico e ideologico che spinse per mare i fondatori di Nueva Germania. «Fino a qualche tempo fa i discendenti perseveravano nel costume degli antenati. Cioè in una forma di diffidenza, xenofobia e arcigna chiusura identitaria che ha interdetto ogni rapporto con i Guaranì. Per lungo tempo si sono sposati tra di loro, con le conseguenze che l’endogamia può portare sul piano biologico ed ereditario. Le nuove generazioni, invece, sono molto più aperte. Si sono meticciate e ritengono che lo stile di vita dei paraguayani sia più allegro e seducente dell’ambiente in cui sono cresciuti».

Nel 2005 il consiglio di Juniper Hills, nonostante una lettera d’incoraggiamento spedita dall’ex vice presidente USA Dick Cheney, ha deciso di bloccare il gemellaggio con Nueva Germania. Woodard, al contrario, si è speso su più fronti: ha ottenuto fondi e medicinali da parte di un paio di organizzazioni umanitarie; ha cercato di organizzare, senza successo, un festival wagneriano nei pressi della vecchia abitazione di Elisabeth; ha composto un inno dedicato al villaggio: “Our jungle holy land”. L’omaggio più sentimentale è consistito nella produzione, confezione e commercializzazione, con il marchio “Elizabeth Nietzsche’s yerba mate” di un’erba per il mate coltivata in loco.

Non lontano dalle baracche di Nueva Germania, negli anni ’50, avrebbe vissuto anche Josef Mengele, il medico volontario delle Waffen SS. Fu responsabile, nel campo di concentramento di Auschwitz, di esperimenti di eugenetica sul corpo dei deportati. Aggiunto all’antisemitismo di Elisabeth e Bernard Förster, potrebbe essere stato questo uno dei motivi che ha spinto Juniper Hills a negare la proposta di gemellaggio con Nueva Germania. Una nativa della colonia, che oggi vive in Canada, ha rivelato a Woodard che Mengele aveva l’abitudine di bussare alla porta di suo padre, la mattina presto, per invitarlo a bere whiskey.

«Tra i progetti portati avanti allo scopo di rianimare la microeconomia locale, ho anche cercato di avviare una piccola manifattura legata alla fabbricazione di dream machine». Si tratta di una macchina progettata da Brion Gysin, negli anni ’60, composta da una base girevole sopra la quale viene montato un cilindro di carta inciso con dei tagli geometrici. All’interno del cilindro si trova una fonte luminosa. La luce si proietta all’esterno e produce in chi la utilizza, esponendosi ad occhi chiusi contro la giostra di luce, una modificazione delle onde cerebrali e uno stato alterato di coscienza. Woodard ne ha costruite diverse, in passato. Una di queste venne commissionata da Kurt Cobain che, secondo una leggenda, ne avrebbe fatto un uso prolungato prima del suicidio commesso il 5 aprile 1994. Il progetto imprenditoriale non è mai partito. Del resto: «La storia di Nueva Germania è un frammento paradigmatico di cultura tedesca: un sogno che si disperde a contatto con la realtà».

Le lettere scambiate con Christian Kracht, spesso iniziano con la dicitura “Dear Sir”, “Esteemed master” e si chiudono con la firma “Your servant”. Vengono menzionati vocaboli polverosi ed esotici, come l’hindi e nietzscheano gangasrotogati: così come scorre il Gange.
“Five years”, pagina 43: «Mano a mano che la mia cognizione di Nueva Germania avanza, in misura crescente apprezzo i sentimenti che vivono nel profondo della sua gente. Soprattutto il disinteresse e l’impenetrabilità che mostrano nei confronti del corrotto mondo esterno. È molto toccante». Dopo la notizia dei progetti intrapresi a Nueva Germania, Woodard ha cominciato a ricevere mail da parte di soggetti ambigui e nostalgici del nazismo. E quindi? «Ne sono rimasto turbato. E infastidito». Le mail raccolte in “Five years”, oltre a descrivere un fitto lavorio editoriale – scambi di jpg, bozze di locandine, testi – e a narrare la parabola di confidenza e amicizia tra due intellettuali, documentano gli spostamenti di Woodard e Kracht lungo il pianeta Terra, alla ricerca di luoghi culturalmente eccentrici e di confine. Il festival del cinema di Pyongyang, in Corea del Nord; un cimitero anglotedesco in Afghanistan; un solstizio d’estate nei pressi del reattore 4, a Chernobyl. Riemergendo dal carteggio raccolto in “Five years”, di cui uscirà un secondo volume in dicembre e una traduzione in russo, sorge il dubbio che Woodard e Kracht abbiano trascorso mesi, anni, con le dita afferrate alla manopola di una banda AM, in cerca di segnali radio, ronzii, basse frequenze e frammenti di un mondo ancora forte, trascendente, estetico, utopico. Così, in una mail molto franca e malinconica, spedita il 1352005, Woodard racconta a Kracht di un incontro con Lydia Fischer, un’anziana signora di Nueva Germania, che forse, di tutto questo complicato cortocircuito, ha intuito il nodo e i sentimenti fondamentali: «Una volta, mentre ci trovavamo in conversazione, credo che mi abbia sorpreso con gli occhi lucidi, e credo che, per lei, siano stati la prova della mia provenienza da un mondo e da una cultura svuotati, disperatamente affamati…». In qualche modo: una vecchia fame, un desiderio di assoluto, un vecchio sogno che torna a turbare la psiche di noi postmoderni.

Al momento dei saluti, tra Tucholskystraße e Linienstraße, potremmo anche fingere di vivere in un altro tempo e chiederci chi dei due, nel tardo pomeriggio, andrà a contemplare le ninfee in uno stagno o ad ascoltare la nona diretta da Furtwängler, quindi accennare un inchino vecchia maniera. Per quanto mi riguarda, passerò la serata a controllare la posta. Al di là delle turbolenze finanziarie e delle accelerazioni della tecnoscienza, il mondo, nel XXI secolo, ci appare troppo scettico e prosaico. Non resta che arrenderci ad una pratica stretta di mano.

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