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  • mercoledì 5 Ottobre 2011

Una domenica a Wall Street

L'inviata del Post nell'accampamento di Occupy Wall Street a Zuccotti Park

di Maddalena Vaglio Tanet

La biblioteca consiste in una fila di contenitori di plastica, assiepati su un lato della piazza, a occhio e croce 250 libri regalati o prestati. Un rotolo di tela cerata azzura li protegge dalla pioggia. La bibliotecaria è una ragazza sulla trentina, si chiama Jaime e lavora in una galleria d’arte; di solito raggiunge Liberty Plaza nel pomeriggio e ci resta fino a sera, quando torna a casa a Long Island. La biblioteca era completamente disorganizzata, un calderone di romanzi, opuscoli, saggi (soprattutto storia americana, economia e storia del lavoro), fumetti e raccolte di versi. Jamie l’ha sistemata, ha compilato un catalogo e tiene un registro dei prestiti e delle restituzioni. Sembra molto schiva, ma accetta di parlare un po’ di sé. Dopo la laurea è rimasta senza lavoro per un anno, viveva in Tennessee e non aveva l’assicurazione sanitaria, poi ha trovato un posto a New York e se lo tiene stretto. Si è unita al movimento la settimana precedente, è a suo agio in un contesto non politicizzato, dove non è questione di schieramenti o di classe, soltanto di migliorare il Paese: “Il sistema a due partiti è una piaga, non funziona, qui ci sono democratici e repubblicani e gente che non ha votato, siamo tutti delusi”. Quando le dico che sono italiana, mi ammonisce ridendo: “State lontani dal bipolarismo!”

Intanto una piccola troupe fende la folla in direzione del centro della piazza, verso quello che sembra essere il cuore organizzativo della protesta, un’area delimitata da nastri di plastica e gremita di sedie, zaini, generatori di elettricità, computer portatili. Li seguo, sono italiani e per conto del TG1 intervistano una delle ragazze che ha il cartellino “info” appuntato alla maglietta. Quali sono le tre cose fondamentali che Occupy Wall Street desidera cambiare immediatamente? La risposta è netta: un sistema economico che permette ai più ricchi di non essere tassati in maniera equa e erode la classe media con la benedizione del Tea Party, il sistema sanitario e il sistema educativo. Tutte le altre risposte sono una declinazione di questi temi: l’istruzione poco accessibile che costringe gli studenti a impegnarsi nel pagamento pluridecennale dei prestiti, lo strapotere delle assicurazioni sanitarie che trattano le persone come se fossero automobili.

Un altro occupante, ex-studente di economia, ora impiegato come cuoco, mi dice qualcosa di più sull’organizzazione del campo: ogni giorno ci sono laboratori spontanei su qualsiasi argomento sia considerato interessante da un certo numero di persone, un moderatore facilita la discussione, ma non sempre si raggiunge un accordo. Nell’assemblea generale delle 19 si fa il punto e si prendono decisioni operative, come quella relativa alla marcia verso Brooklyn; l’“Occupy Wall Street Journal” la descrive “orizzontale, autonoma, senza leader, con radici nel pensiero anarchico”. Mentre parliamo un’aspirante donatrice viene accompagnata al tavolo-fondi (lì ti spiegano che è anche possibile inviare cibo e vestiti presso UPS Store 118A, Fulton St. 205, NYC, NY 10038), un uomo offre il suo aiuto di tecnico informatico e una giornalista parla con una ragazza preoccupata per un amico trattenuto in carcere.

Il dormitorio, materassi e sacchi a pelo incastrati lungo il lato di sud-ovest, è quasi vuoto. Il disegno sbarrato di un enorme bed bug, parassita incubo dei newyorkesi e probabile infestatore di questo accampamento di fortuna, è fissato al tronco di un albero come un totem. Comincia a piovere. Un ragazzo, disteso “a letto” con il computer sulle gambe, si ripara con l’ombrello. Gli altri coprono la distesa di cartelloni colorati con dei teli di plastica.

Prima di lasciare Zuccotti Park mi fermo a parlare con i poliziotti che controllano la zona e stanno in piedi sotto la pioggia davanti al camion di Wikileaks. Non sanno quante persone siano state rilasciate dopo gli arresti di ieri e quante siano ancora trattenute. Uno di loro difende l’operato della polizia: “Sapevano che non si può bloccare il traffico, si sa, non c’è bisogno di sentire gli altoparlanti. Se si crea un problema di ordine pubblico, se si intralciano le auto, si viene arrestati. Dobbiamo fare il nostro lavoro”.

Tre o quattro chioschi ambulanti sono parcheggiati poco lontano e danno da mangiare agli occupanti, qualcuno fa lo sconto sulle bevande. La pioggia intanto aumenta, chi si era fermato a curiosare corre via, i materassi s’inzuppano, le attiviste di Codepink aprono gli ombrelli tutti rosa, Jaime sigilla i contenitori con i libri. Io e Judith, una donna vestita con eleganza, macchina fotografica professionale al collo, facciamo insieme un pezzo di strada prima di separarci davanti alla stazione di Wall Street. Suo figlio è un occupante della prima ora. Prima di salutarmi, al riparo di un’impalcatura, mi confida: “Nei prossimi giorni ci sarà un sit-in, credo che si travestiranno da zombie, io non so se ce la farò con il lavoro. La cosa che più mi rincuora è che il movimento stia crescendo e il “New York Times” ne parli. Abbiamo speso un patrimonio per l’università di mio figlio, si è laureato quattro anni fa, è ancora disoccupato”.

Ripartire da Wall Street, l’analisi del Post sulle proteste

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