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  • domenica 14 Agosto 2011

La prigione di Stanford

La storia del più celebre esperimento di psicologia sociale di sempre, cominciato nell'agosto del 1971 nei sotterranei di una facoltà di psicologia e interrotto dopo soltanto sei giorni

di Giovanni Zagni

Il giorno successivo ci furono le visite dei parenti e amici dei prigionieri. I responsabili dell’esperimento decisero di migliorare le condizioni del carcere facendo pulire le celle, permettendo loro di lavarsi e sbarbarsi, suonando musica nell’interfono e dando loro una cena migliore del solito e più abbondante la sera prima. Invitarono pure un’ex cheerleader dell’università per accogliere i parenti in visita. Una madre disse al professor Zimbardo che non aveva mai visto suo figlio stare così male, ma lo psicologo rispose girando la domande al padre, anche lui presente alla visita: credeva che suo figlio non sarebbe stato in grado di sostenere una situazione dura come quella? Il padre sembrò punto sul vivo e rispose che suo figlio era un tipo tosto, un vero leader, e che ce l’avrebbe fatta. I genitori se ne andarono. Da quella sera, Zimbardo iniziò a non tornare a casa per la notte e a dormire nelle stanze adiacenti al luogo dell’esperimento.

Quando camminava per lo stretto corridoio al centro della finta “prigione della contea di Stanford”, Zimbardo ora metteva le mani dietro la schiena. “Come un generale che ispeziona le truppe”, ricorda, “una postura che non ho mai avuto in vita mia, né prima né dopo.”

Il piano di fuga
Lo stesso giorno delle visite, una guardia sentì due prigionieri parlare di un piano di fuga: il volontario rilasciato il secondo giorno sarebbe tornato con un gruppo di amici, subito dopo l’orario delle visite, e avrebbe cercato di liberare tutti i prigionieri. Zimbardo e il suo gruppo di ricercatori tennero una riunione tra loro per cercare di sventare il piano. Ormai non erano più solo gli osservatori di un esperimento, che rimanevano distaccati e neutrali: ne erano diventati una parte. Decisero di intervenire per salvaguardare la sicurezza della loro prigione. Zimbardo andò personalmente al dipartimento di polizia di Palo Alto e chiese se poteva far trasferire i suoi volontari in una prigione in disuso. La polizia rifiutò, per problemi di assicurazione. Zimbardo ricorda che lasciò la centrale di polizia “arrabbiato e disgustato”.

I responsabili dovevano evitare l’evasione da soli. Decisero che dopo le visite avrebbero chiamato rinforzi per le guardie, incatenato insieme i prigionieri e coperto le loro teste con dei sacchi prima di portarli in una stanza al quinto piano. Quando sarebbero arrivati l’ex prigioniero 8612 e i suoi amici, avrebbero trovato il solo Zimbardo che avrebbe detto loro che l’esperimento era finito e tutti i volontari erano stati mandati a casa. Poi avrebbero riportato giù i prigionieri e raddoppiato la sicurezza. Pensarono anche a trattenere l’ex prigioniero 8612 con un pretesto e di rinchiuderlo di nuovo, per fargliela pagare. Zimbardo rimase solo nel corridoio, parzialmente smantellato. Attese per parecchio tempo, ma per qualche motivo l’ex prigioniero 8612 e i suoi amici non si presentarono. I prigionieri vennero riportati nelle celle.

Da quel giorno le guardie aumentarono ancora la loro crudeltà nei confronti dei prigionieri, facendo loro eseguire in continuazione esercizi fisici punitivi, obbligandoli a pulire i bagni a mani nude, prolungando gli appelli notturni per ore. Non tutte le guardie si comportarono allo stesso modo: circa una su tre ebbe comportamenti particolarmente repressivi e crudeli, ma anche tra quelle più gentili verso i prigionieri nessuna pensò mai di mettere in discussione i trattamenti più duri imposti da “John Wayne” e dagli altri, che assunsero di fatto un ruolo di guida. Nessuna guardia arrivò mai in ritardo al suo turno alla prigione e nessuna chiese di lasciare l’esperimento in anticipo.

Tra i prigionieri, invece, un secondo venne rilasciato e un terzo pianse istericamente mentre ai suoi compagni veniva fatto cantare “il prigioniero 819 è un cattivo prigioniero e per questo motivo la mia cella è disordinata, signor sovrintendente”. Quando a un quarto venne negata la libertà vigilata da un’apposita commissione, l’ennesima finzione per rendere più realistica la prigione, sviluppò uno sfogo cutaneo su tutto il corpo.

Il quinto giorno venne introdotto nella prigione un nuovo volontario, con il numero di matricola 416. Il suo impatto con la situazione fu durissimo, dato che non era presente durante il crescendo di pressioni e punizioni dei giorni precedenti. Decise di iniziare uno sciopero della fame per ottenere il suo rilascio.

Le guardie non riuscirono in nessun modo a fargli accettare il cibo e lo misero in isolamento per tre ore (il limite massimo, in precedenza, era stato di un’ora). Una guardia, che nella vita era un pacifista convinto, che aveva partecipato a diverse manifestazioni contro la guerra in Vietnam, provò a forzare il prigioniero 416 fino a sporcargli tutto il viso di cibo. Ricordando quel momento, dice che provava odio verso se stesso per quello che stava facendo, ma soprattutto odio verso il prigioniero che con la sua ostinazione lo stava costringendo a fargli quella violenza.

Agli altri prigionieri, le guardie presentarono una scelta: il numero 416 sarebbe rimasto in isolamento tutta la notte, oppure quelli rimasti in cella avrebbero dovuto rinunciare alle loro lenzuola. I prigionieri rifiutarono, ma i responsabili dell’esperimento fecero rientrare lo stesso il numero 416 nella sua cella. Invece di sostenere la sua protesta, i suoi compagni lo vedevano come una fonte di problemi.

Dopo cinque giorni di esperimento, notò Zimbardo, i prigionieri non avevano alcuna solidarietà reciproca. Molto indicativo è il fatto che, rinchiusi nelle celle, non parlassero mai tra loro di storie personali e di argomenti che riguardassero il mondo fuori dalla prigione: la loro immedesimazione nel ruolo del carcerato era totale e il fatto che si trattasse di una situazione temporanea non aveva alcuna influenza sui loro discorsi e sul loro comportamento. SI comportavano esattamente come se fossero stati in prigione davvero.

La fine
Christina Maslach aveva appena finito il dottorato in psicologia a Stanford e, fatto ancora più importante, era la ragazza del professor Zimbardo (si sposeranno un paio d’anni dopo l’esperimento). La sera di giovedì 18 agosto andò a visitare il luogo dell’esperimento, nei sotterranei della facoltà. Vide le guardie allineare i prigionieri per la conta delle dieci di sera, prima che venissero portati in bagno e venisse spenta la luce. Le guardie coprirono le loro teste con dei sacchetti e incatenarono insieme i loro piedi, urlando e insultandoli. Maslach scoppiò in lacrime e se ne andò, dicendo che non riusciva a sopportare quello che stava vedendo. Zimbardo la seguì fuori da Jordan Hall e i due ebbero un grosso litigio.

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