• Mondo
  • domenica 14 Agosto 2011

La prigione di Stanford

La storia del più celebre esperimento di psicologia sociale di sempre, cominciato nell'agosto del 1971 nei sotterranei di una facoltà di psicologia e interrotto dopo soltanto sei giorni

di Giovanni Zagni

Le regole scritte della prigione vennero preparate dalle guardie con la supervisione degli psicologi che seguivano l’esperimento. Vennero lette due volte all’inizio della detenzione, a tutti i detenuti schierati nel corridoio tra le celle. Erano diciassette punti, circa una pagina di testo. I prigionieri dovevano, tra le altre cose, tenere pulite e ordinate le celle, chiamare le guardie esclusivamente “signora guardia carceraria” e chiamarsi l’un l’altro solo con il numero di matricola. La regola numero nove diceva: “i prigionieri non devono mai riferirsi alla loro condizione come a un ‘esperimento’ o a una ‘simulazione’. Sono in prigione fino al rilascio” e l’ultima, la numero diciassette, stabiliva che “il mancato rispetto di una qualsiasi delle norme precedenti può risultare in una punizione”.

Le rivolte
La prima “conta” dei prigionieri venne ordinata dalle guardie alle due e mezza del mattino della prima notte. I prigionieri furono svegliati, si disposero lungo il corridoio con la faccia rivolta verso il muro. Le guardie fecero l’appello, e dopo una decina di minuti li lasciarono tornare a dormire.

Il primo giorno passò senza incidenti. Non solo, ma le guardie sembravano piuttosto a disagio, incerte della loro autorità, spesso indecise o imbarazzate. L’atmosfera assomigliava molto poco a quella di una prigione. Il professor Zimbardo pensò che non sarebbe successo nulla per due settimane, e che tutto si sarebbe risolto in una gran noia: forse i detenuti si sarebbero semplicemente seduti nelle loro celle e avrebbero suonato la chitarra tutto il tempo. La mattina del secondo giorno, cogliendo guardie e ricercatori di sorpresa, i detenuti inscenarono una rivolta. Si tolsero il copricapo dalla testa, spinsero i materassi contro le porte e iniziarono a prendere in giro le guardie, urlando insulti. Il turno di giorno delle guardie arrivò (quando non partecipavano all’esperimento, le guardie potevano tornare alle loro case) e se la prese con i “colleghi” del turno precedente, che a loro dire avevano lasciato che si creasse quella situazione difficile.

Il nuovo turno decise di chiedere rinforzi, mentre il turno di notte rimase volontariamente per aiutare a sedare la rivolta. Le tre guardie non coinvolte all’inizio dell’esperimento furono chiamate a casa, arrivarono al dipartimento e entrarono anche loro nel sotterraneo della facoltà di psicologia. I nove uomini decisero di risolvere la situazione usando gli estintori che erano stati portati nella prigione per rispetto alle norme antincendio, e iniziarono a spruzzare anidride carbonica sui detenuti per allontanarli dalle porte. Poi entrarono nelle celle, denudarono i detenuti, portarono fuori i letti e misero quelli che credevano i capi della rivolta in isolamento nella “buca”.

Bastò la prima rivolta a mutare l’atteggiamento delle guardie, fino al giorno prima piuttosto incerte sul da farsi. Pensarono a un sistema per evitare che succedessero altre rivolte in futuro, e stabilirono la “cella dei privilegi”: ci misero dentro i tre prigionieri meno coinvolti, ai quali non venne sospeso il cibo e il diritto di lavarsi, come invece fu fatto per gli altri sei. Dopo mezza giornata le guardie sostituirono arbitrariamente gli occupanti della cella privilegiata con altri prigionieri, in modo da rompere la solidarietà tra di loro e istigarli al sospetto reciproco.

Le guardie iniziarono anche a negare il diritto ad andare in bagno dopo lo spegnimento delle luci per la notte alle dieci di sera, costringendo i prigionieri ad utilizzare i due secchi che erano in dotazione ad ogni cella. L’ambiente si riempì di cattivi odori. Dopo trentasei ore dall’inizio dell’esperimento, la notte tra il 15 e il 16 agosto, i supervisori decisero di liberare il detenuto numero 8612, che aveva iniziato a soffrire di scoppi di pianto incontrollati e di attacchi d’ira.

Dave Eschelman fu una delle guardie più crudeli verso i prigionieri. Intervistato dal periodico degli ex allievi dell’università per il quarantesimo anniversario, insieme agli altri protagonisti dell’esperimento, dice che il suo comportamento non fu casuale. “Fu programmato. Partecipai con un piano ben definito in testa, quello di provare a forzare la situazione, fare in modo che succedesse qualcosa, in modo che i ricercatori avessero qualcosa su cui lavorare. […] Al college e alle superiori partecipavo a tutte le recite teatrali. Si trattava di qualcosa a cui ero molto abituato: immedesimarsi in un’altra personalità prima di entrare sul palcoscenico.” I prigionieri lo soprannominarono “John Wayne” per i suoi modi arroganti. Lui dice che aveva bene in testa il modello che voleva seguire: il responsabile della prigione nel film Cool Hand Luke con Paul Newman (in italiano Nick mano fredda, 1967), detto “il Capitano” e interpretato da Strother Martin.

« Pagina precedente 1 2 3 4 Pagina successiva »