Quanto costa ridurre il debito pubblico?

Il grafico dell'Economist sui paesi più indebitati, dalla Grecia all'Italia

Ieri il Parlamento greco ha approvato il piano di tagli necessari per affrontare la crisi economica che sta colpendo il paese e ottenere una nuova serie di finanziamenti dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. La decisione, confermata oggi con un nuovo voto, è stata accompagnata da manifestazioni e proteste, anche violente, da parte della popolazione. La Grecia però non aveva alternative per ottenere i prestiti dalle istituzioni internazionali, che hanno imposto criteri molto rigidi prima di concedere i finanziamenti.

Senza i prestiti, la Grecia non avrebbe risorse a sufficienza per pagare gli interessi sul suo enorme debito pubblico. Diversi analisti temono che le misure adottate non siano sufficienti e che senza riforme strutturali incisive il paese possa andare incontro al fallimento. Il problema della Grecia, in misura diversa, è comune a molti altri paesi, come mostra il grafico dell’Economist, che illustra quanto sarebbe necessario per portare il debito al 60 per cento del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2026. La cifra non è casuale perché secondo molti economisti è il livello “di sicurezza” per garantire una relativa stabilità. Il trattato di Maastricht comprende limiti simili, che non vengono sempre rispettati.

Le barre blu del grafico indicano l’aumento dell’avanzo primario necessario per raggiungere l’obiettivo di portare il debito al 60 per cento del PIL. L’avanzo primario del bilancio dello Stato consiste nella differenza tra le entrate e le spese pubbliche, senza prendere in considerazione gli interessi da pagare sul debito. Per farlo aumentare i governi possono incrementare le entrate e/o ridurre le spese. I numeri a destra mostrano, invece, il debito in rapporto al prodotto interno lordo. Nel caso dell’Italia, per esempio, l’avanzo dovrebbe aumentare del 9 per cento circa per raggiungere l’obiettivo nel 2026.

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