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  • lunedì 20 Giugno 2011

D’Alema: «Vorrei dire una cosa a Nichi»

Massimo D'Alema parla delle primarie, di Alfano segretario del PdL, di Montezemolo, della propria antipatia - negandola - e di quando disegnò una svastica

di Luca Sofri

Però non puoi nemmeno pensare che, in casi di rapporti umani molto forti e solidi, una sconfitta nel confronto non possa avere delle conseguenze sul piano umano…
«Non lo penso, questi elementi pesano, però io credo che per chi ha una responsabilità politica, prima viene la politica, dopo vengono i sentimenti. Noi siamo stati cresciuti così, non c’è niente da fare. Io credo nel rapporto di amicizia, ma penso anche che quando sono in gioco questioni di fondo venga dopo. Io ero convinto che si dovesse dare un’impronta diversa al PD. Anzitutto che si dovesse costruire un partito vero, e questo nella visione di Veltroni è meno importante. E poi che questo partito vero realizzasse la sua vocazione maggioritaria non in solitudine ma mettendosi alla testa di una coalizione democratica più ampia. Su questo abbiamo avuto una battaglia politica, ha prevalso questa visione, Bersani è la persona che ha saputo interpretarla, e io credo che le cose vadano meglio, con tutto l’affetto per la persona di Veltroni. Ma la mia convinzione era una convinzione politica, per questo ci siamo battuti, e io ritengo che alla fine, oggi, intorno a questa prospettiva nuova ci possiamo ritrovare tutti insieme.»

Forse lo credeva anche lui, di potersi ritrovare tutti insieme intorno alla sua prospettiva.
«Eh ho capito, ma mica ho deciso io, abbiamo fatto il congresso. E poi io rifiuto questa idea che la politica è la negazione dei sentimenti. La politica è passione. Quando io ero ragazzo, dopo un indimenticabile anno accademico di occupazioni, battaglie, eccetera, arrivato stremato alla fine di tutto questo, non pago di tutto quello che era successo – era il 1968 –  con un amico, a bordo di una sgangheratissima 500, partimmo per Praga. Perché pensavo che questa breve vacanza si dovesse fare nella primavera praghese, perché mi appassionava, perché non concepivo nulla al di fuori dell’impegno. E mi ritrovai a Praga il giorno in cui vi entravano i carri armati sovietici. E ricordo lo shock.

E mi ricorderò tutta la vita come in questa mattinata in cui scendemmo in piazza per protestare contro i carri armati sovietici feci una cosa che mentre la facevo capivo che non andava fatta, anche perché era rischiosa, ma all’epoca non avevamo il senso di quel rischio: e disegnai con un gessetto una svastica su un carro armato del patto di Varsavia. Ma dopo, mi ricordo che c’era lì un compagno che avevo incontrato pochi anni prima: era molto giovane ed era sindaco di un paesino emiliano, anche lui lì in vacanza. Stava guidando e a un certo punto la radio clandestina disse che bisognava suonare le campane, i clacson. E allora lui si mise a suonare il clacson della sua macchina e diceva: “Chi l’avrebbe mai detto che siamo qui e protestiamo contro l’Armata Rossa” e ci mettemmo a piangere. E io credo di aver pianto (per il dolore che mi aveva dato l’Armata Rossa, pensa tu) per due giorni. È stato uno dei più grandi dolori della mia vita, perché mentre capivo che bisognava essere contro… però il fatto che lì ci fosse l’Armata Rossa, per quanto io fossi uno del Sessantotto, un comunista italiano, fu un tale shock che mi produsse un dolore enorme (mi risollevai, diciamo, dopo aver visto il comunicato del PCI). Quindi la politica è fatta di emozioni, di dolori, di passioni, altrimenti che cos’è? Altrimenti perché uno farebbe politica tutta la vita?»

Tutta la vita fino a oggi. Nichi Vendola ha detto qualche giorno fa: dopo l’estate organizziamo le primarie e io mi candido. Che previsioni fai su questo? Sei d’accordo con questo progetto?
«Del progetto se ne dovrà discutere con Bersani, più che con lui. Io penso che noi dobbiamo cominciare a discutere molto seriamente di un progetto per il governo dell’Italia, perché è urgente trasformare questa opposizione che vince (questa è la grande novità: oggi l’opposizione rappresenta il 60% del paese), questa energia che si oppone a Berlusconi, in un’alternativa di governo, e lì bisogna definire un progetto per l’Italia condiviso. Ma noi non abbiamo mai discusso con Nichi di questo: con lui si parla solo delle primarie. E invece secondo me sono un passaggio essenziale, ma direi che giocano un ruolo secondario rispetto a quello che in questo momento è effettivamente primario: noi dobbiamo definire un progetto per il futuro dell’Italia.»

E quali sono secondo te i nodi eventuali di contrasto nella definizione di un progetto condiviso?
«Ma io non credo che debbano esserci dei contrasti. Il problema è che questo progetto va presentato agli italiani. E come giustamente ha detto Nichi, va discusso con gli italiani. Io farei premettere alle primarie»

Che però si faranno?
«Le primarie si dovranno fare: è giusto che venga data questa possibilità, fa parte di una procedura di costruzione di una coalizione. Ma prima viene la discussione con il paese e tra le forze politiche di un progetto che deve toccare tre nodi essenziali: uno è come si rimette in movimento l’economia, per dare una prospettiva soprattutto alla nuova generazione, che in questo momento è quella che paga il prezzo più alto in termini di esclusione. Secondo: come si riorganizza lo stato, perché questo è un nodo ineludibile. Terzo: che tipo di sistema politico e istituzionale vogliamo per questo paese. Cioè che razza di democrazia: del bipolarismo, dell’alternanza, ma organizzata come? Perché noi in questi anni abbiamo assistito alla crescita di una sorta di plebiscitarismo in cui gli italiani vengono chiamati a dare la delega a un capo, dopo di che non c’è più nulla. Non esiste più il parlamento, e questo non può essere il funzionamento.»

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