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  • lunedì 20 Giugno 2011

D’Alema: «Vorrei dire una cosa a Nichi»

Massimo D'Alema parla delle primarie, di Alfano segretario del PdL, di Montezemolo, della propria antipatia - negandola - e di quando disegnò una svastica

di Luca Sofri

Tu pensi che questa immagine di te ti abbia giocato contro anche in politica?
«Io penso che pochi uomini politici abbiano subito delle campagne contrarie come è capitato a me, e che pochi siano sopravvissuti a queste campagne contrarie. E so benissimo quale oggi può essere utilmente il mio ruolo. Che è quello (come è anche ragionevole per una persona che è stata primo segretario del PDS, primo presidente del Consiglio a provenire dal PCI, vicepresidente del Consiglio…) a un certo punto nella vita politica, avendo ancora alcuni anni di onorato servizio – proprio sulla base delle tabelle dell’INPS – da offrire, svolge un ruolo di sostegno, di consiglio, di elaborazione culturale. Io in questo momento faccio un lavoro molto bello, il presidente di una fondazione culturale europea che ha un enorme lavoro. Poi ho molti impegni nella politica italiana. Ho moltissime cose da fare. Certo, in una dimensione diversa. Sono io stesso consapevole che se volessi aspirare a una posizione di leadership, diventerei un elemento di rottura e quindi un danno, e sono stato educato (e questo è molto importante) a concepire le ambizioni personali utili se servono a un disegno collettivo, altrimenti sbagliate. Ci penso io stesso a stabilire i limiti entro i quali svolgere il mio ruolo»

Girano degli aneddoti sui tuoi atteggiamenti di cui abbiamo parlato: uno recente è quella di una cena intorno a un tavolo ovale. Si fanno i posti e qualcuno chiede, essendo il tavolo ovale, “Ma capotavola dov’è?” e D’Alema dice “Capotavola è dove mi siedo io”.
«La battuta non è mia. È una citazione di un nobiluomo leccese, che era molto stimato, persona però piuttosto forastica, e quando andava al circolo cittadino gli dicevano: “Signor conte, lei non si mette a capotavola?” e lui diceva “Capotavola è dove sono seduto io.” È una battuta. Ho un difetto grave: non resisto mai alla tentazione di dire le battute. E siccome so che questa burla fa arrabbiare le persone… è un difetto che ho deciso di concedermi.»

Tua moglie che cosa pensa di questa tua “tentazione”?
«Mia moglie è una donna santa, io penso. Una donna che ha avuto un ruolo molto importante per la mia vita e che ha tuttora un ruolo straordinario nella mia vita, e che ha molta pazienza. È molto critica. Io ho un contesto familiare molto robusto e molto critico. Per nulla accondiscendente. Affettuosamente critico, salvo mia figlia (fortunatamente esistono le figlie femmine) la quale ama incondizionatamente il padre, ma per il resto… E mio figlio, che è un giovane militante del partito democratico, molto impegnato…»

Con kefia o senza kefia?
«Senza. Ben orientato, ma senza simboli esteriori. Mio figlio ha ereditato da me il sarcasmo. Una volta mi fece una battuta irresistibile, anche perché avrà avuto dieci o undici anni.. Io mi ero dimesso da poco da presidente del Consiglio: questo non era stato oggetto di discussione in famiglia, però insomma si erano accorti che era successo qualcosa ma c’era un grande rispetto, diciamo. La domenica mio figlio voleva andare a giocare col suo amichetto, io invece volevo portarlo da mio padre, e allora c’era un po’ di tensione. E io gli ho detto: “Senti Francesco, ti porto da nonno e poi ti porto a casa, così puoi fare quello che vuoi. E lui – aveva undici anni – si è girato e mi ha detto: “Un piano perfetto, come quello che avevi per rimanere al governo?”»

Hai letto l’ultimo libro di Walter Veltroni?
«L’ultimo, di ora? No, è in programma. Però è uscito adesso, da pochi giorni.»

Tu cosa pensi del risultato elettorale del PD veltroniano, molto dibattuto se fu un ottimo risultato, una sconfitta, il meglio che si poteva fare…?
«Fu un buon risultato per il partito, ma fu anche la più grande sconfitta del centrosinistra dall’inizio della seconda repubblica ai giorni nostri, perché noi raggiungemmo il 33% ma prendemmo credo 4 o 5 milioni di voti in meno della destra, il che non era mai accaduto, in nessuna delle elezioni precedenti, quindi il risultato aveva due facce…»

Però tu che sei un grande contestualizzatore, non puoi non contestualizzare anche quel risultato lì.
«Sì, ma infatti, una volta contestualizzato, il problema era come si usciva da quella condizione. E secondo me l’idea bipartitica, che era nel modo in cui Walter aveva concepito il progetto del PD, non era realistica e ci avrebbe confinato in una posizione minoritaria, non maggioritaria.
La cosa con Veltroni, del quale sono amico da infiniti anni, non era se siamo amici o siamo nemici. Noi siamo due persone serie. Abbiamo avuto delle discussioni politiche, non è che litighiamo… Oppure litighiamo, ma non è che ci confrontiamo perché ci stiamo antipatici o ci facciamo dei dispetti. Noi siamo cresciuti in un partito in cui si discuteva di politica, e si discuteva di politica con una durezza estrema. Io quando avevo 26 anni sono entrato nella direzione del PCI, ho visto come discutevano Amendola e Pajetta, e mi sono spaventato. Per sei mesi sono stato zitto. Ma non è che si stavano simpatici o si stavano antipatici: è questo tipo di narrazione giornalistica che io trovo insopportabile. Sono delle idee che si confrontano.»

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