La Biennale, l’arte, e il resto

Filippomaria Pontani gira tra le opere e cerca di trovare un senso a questa storia

di Filippomaria Pontani

Ma il dramma non è solo la guerra: alle Artiglierie i cileni, provati da sismi ed eruzioni, esplorano il loro “Grande Sud” con fotografie cariche di pathos (e lasciano la capsula per il salvataggio dei minatori allo slovacco Ondák che la inasta con prevedibile baldanza alle Corderie); a Palazzo Zenobio gli islandesi, provati dal fallimento economico, s’interrogano sul loro Paese (“Your country doesn’t exist”, titolano), cantando in forma di mottetto brani della loro Costituzione sulla libertà d’impresa e sulla disciplina del credito; dentro due container in riva alla laguna gli haitiani, provati da tutto, si rifugiano in inquietanti rivisitazioni del woodoo. Non so se sia un caso che il padiglione stabile della Grecia, dal titolo ominoso “Beyond Reform”, rechi all’esterno un foglio volante che lo proclama “danneggiato da sconosciuti”; ma non è fortuito che il greco Stelios Taifakis si produca, sulla facciata posteriore del peraltro notevole padiglione danese, in un ampio affresco in puro stile bizantino che raffigura alcune tappe importanti del XX secolo, dall’Olocausto ai moti di Atene del 2008. E poi ci sono i sudamericani, rivoluzionari d’indole, che nel padiglione dell’Istituto Italiano Latino Americano mescolano con sapienza le vivide memorie delle proprie guerre d’indipendenza con uno sguardo disincantato sul mondo contemporaneo, sui rapporti di forza e sui traffici di cui i loro Paesi sono ostaggio: iconico, in tal senso, il “Tango con Obama” di Martin Sastre.

Lascio alla scoperta individuale i tanti altri padiglioni nazionali (sono 89, alcuni sparsi per la città): Francia (Christian Boltanski) e Germania (ribattezzata con frigido gioco in facciata “EGO-mania”) si raccomandano, in modi diversi, per la riflessione sul legame fra la vita e la morte; Polonia e Serbia, in modi affini, per un’ennesima riflessione sul Nazismo e l’Olocausto (delle ceneri di Eichmann si occupa anche un forte video di Dani Gal alle Corderie); Gran Bretagna, Austria e Giappone, in modi molto diversi, per una sorprendente gestione dello spazio (geniale in specie il pozzo video della nipponica Tabaimo). Il Padiglione degli USA non ha bisogno di raccomandazioni: si imporrà alle orecchie del visitatore non appena inizierà a sferragliare l’antistante tank rovesciato – se passate verso ora di pranzo troverete sui cingoli in movimento un’atletica giovane che pratica la corsa su un tapis roulant: il senso di tutto il complesso, dal titolo Gloria, sta appunto nella sarcastica contaminazione fra libertà della guerra e libertà della fitness; una simpatica appendice prevede un organo a canne con la pedaliera sostituita da un bancomat: portatevi la Visa e vedete che succede.

L’arte non è oggi un fatto di sapienza tecnica, ma di valori, di significati, di messaggi. Tra padiglioni ed eventi collaterali, vanno per la maggiore i temi dell’identità, del ruolo della donna e dell’ecologia; non pochi si guardano l’ombelico, e di spirito puro e semplice si occupa il solo Anish Kapoor con il fioco soffione piazzato dentro la chiesa di San Giorgio. Meno pneumatica l’ironica Pietà in plastica di Lee Yongbaek nel padiglione coreano: chi la vedrà corra immediatamente a confrontarla con la macabra Pietà in marmo di Jan Fabre nella chiesa della Misericordia: due modi tecnicamente riusciti, ma forse un po’ corrivi, di dissacrare il sacro. Infine, sia notato en passant che un protagonista indiscusso di questa Biennale è Silvio Berlusconi: compare a vario titolo nei padiglioni di Italia (ritratto), Belgio (video che l’accosta a Pasolini), Svizzera (copertina di rotocalco), Venezuela (affresco satirico di Francisco Bassim), e Danimarca (parodia fotografica).

L’Italia
Giungiamo così all’Italia: ho lasciato per ultimo il padiglione del nostro Paese (“L’arte non è cosa nostra”) perché se ne è discusso moltissimo, e perché è un item assolutamente anomalo nel panorama fin qui tracciato. Con tutta l’antipatia, la prevenzione e la disistima per il personaggio Sgarbi, non posso non rilevare che al termine del sonnacchioso percorso dell’Arsenale il padiglione da lui ideato esprime una vitalità straordinaria, che l’inconsulto affastellamento delle opere l’una sull’altra rende forse ancora più affascinante. L’idea di Sgarbi è stata quella di abdicare al ruolo di curatore per chiedere a duecento intellettuali italiani, diversi per età, professione e simpatie politiche, di indicare ciascuno un artista italiano vivente. Prima mozione d’ordine: che nessuno di coloro che quest’anno hanno in vario modo promosso “biblioteche”, pantheon, classifiche o empirei del 150esimo, si lamenti dell’inevitabile andamento paratattico del padiglione Italia: se accettiamo il “catalogo” come uno strumento ermeneutico dobbiamo farlo fino in fondo. Seconda mozione: non si obietti che i nomi degli artisti sono “offuscati” da quelli (per solito ben più noti) dei loro mèntori illustri, perché questo costituisce al contrario un vitale supplemento d’informazione sullo “stato dell’arte” e della sua diffusione. Terza mozione: si giudichi il risultato (pur inficiato da un brutto titolo e contaminato da discutibili superfetazioni come un improbabile “Museo della Mafia”), e si riconosca che a conti fatti questo padiglione è utilissimo, perché sottrae il bilancio dell’arte contemporanea italiana all’arbitrio di una scelta secca (qualcuno ricorderà l’imbarazzante esito del 2009), e lo consegna alla risultante di decine di opinioni autorevoli quanto divergenti, risultante che per sua stessa natura non potrà non avere un alto grado di rappresentatività.

Così, passeggiando negli ingombri spazi del padiglione si capirà quanto poco abbia attecchito la videoarte, quanto in fondo minoritaria sia l’istanza astratta, quanto prevalgano ancora nell’immaginario collettivo il figurativo e il naïf (e la fotografia, selezionata con ampiezza da Italo Zannier); soprattutto, quanto il nostro Paese sia e voglia essere la patria del Barocco, dei paesaggi deturpati e dei volti deformati, dei cani con le scarpe rosa e delle bandiere fatte di stracci, dei chiodi piegati e dei melograni smangiati, delle sculture giganti e delle “macchine” da festa del patrono. Nessuna esagerazione alla Lachapelle, nessuna fantasmagoria figurativa macabra o tecnologica secondo il gusto alla moda negli USA: piuttosto un sano mestiere casareccio, con punte di assoluta eccellenza e rare outrances davvero pretenziose o provocatorie. E poi, nel padiglione si capirà senza ambagi quanto conti in Italia (solo nell’arte?) il fatto religioso, come fede, cifra o metafora: come spiegare altrimenti le tante declinazioni artistiche di altarini, ex-voto, Madonne, reliquiari, e soprattutto il proliferare di crocifissi, da cui pendono indifferentemente donne nude con la mela in mano, giovanotti con lo slip Dolce&Gabbana, o addirittura – nella liturgica installazione-chiave di Gaetano Pesce – il nostro stesso Paese che cola orrendamente sangue?

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