La Biennale, l’arte, e il resto

Filippomaria Pontani gira tra le opere e cerca di trovare un senso a questa storia

di Filippomaria Pontani

Nonostante la crisi, l’Occidente è ancora ricchissimo. Ne facevano fede, fino a pochi giorni fa, gli yacht in tripla fila davanti a Punta della Dogana per le cerimonie di apertura dei vari padiglioni: feste, champagne e mondanità, dai corpulenti uzbeki in tight sul Canal Grande ai wasp che sciamavano con bicchiere in mano nei cortili di Castello – il tutto corredato da omologati conversari sull’arte e Nietzsche e Benjamin (questo mondo ammette in sé anche la propria parodia: argutissimi i video-Playmobil di Frances Stark al Giardino delle Vergini); il tutto celermente perché incombeva (ha infatti appena aperto) ArtBasel, dove si può finalmente anche comprare. Da questo universo, in cui un signore francese che fotografa passerotti può perentoriamente enunciare tra le proprie generalità che “lives and works in the world”, difficilmente può uscire arte genuinamente ispirata – e, torno a dire, quella buona o davvero rappresentativa di norma finisce subito nelle mani dei collezionisti come Pinault. Rimangono le convenzioni. Prendete per esempio il padiglione svizzero: tutta una laboriosa costruzione, con tanto di sacri testi esposti in traslucide teche (Agamben, Badiou, Canetti, Glissant…), per contrapporre il consumismo occidentale dei telefonini, della Coca-Cola e delle cyclettes alle guerre alle carestie e alle tragedie di Paesi lontani, mostrate in apposite, crudissime immagini. Se questo è lo scopo del gioco, meglio piantarla lì subito. Né va meglio con i veri ricchi di oggi: i sauditi spiattellano scrigni neri scintillanti, a Singapore si medita sulle nuvole, a Taiwan si insiste sui suoni e i sapori, mentre i cinesi avvolgono i malcapitati passanti, dentro e fuori il padiglione, in odorose nuvole d’incenso – evocazioni certo scenografiche, ma caduche.

Giardini e dintorni: i Padiglioni nazionali
E invece, come spesso accade, alcune partecipazioni nazionali riescono a schivare l’ovvietà, a mostrare arte che abbia presa sul reale senza scadere nel banale o nel cervellotico. Prevedibilmente, questo miracolo avviene nei padiglioni dei Paesi che soffrono, e che possono presentare i loro punti di vista con la dolente schiettezza e credibilità di chi sa di cosa sta parlando, e non deve fare sfoggio né malcelare l’odore di lucerna – poco importa a quel punto che diversi degli artisti locali abbiano in realtà comunque traslocato a Londra Monaco New York: la loro infanzia ha assorbito tutto il necessario.

Su tutti, Israele e Iraq. Sigalit Landau riempie il padiglione israeliano di un luogo mitico, il Mar Morto: da questo mare, su cui affacciano lo Stato ebraico e quello giordano, provengono i tubi per l’approvvigionamento idrico e la rete da pesca concreta di sale, da questo mare arrivano le scarpe cristallizzate anch’esse nel sale e immerse nel ghiaccio di Danzica, così come il video sul “gioco dei coltelli” di Ashkelon e quello delle donne che graffiano la sabbia quasi in un estremo gesto di lutto; più leggero, ma indimenticabile, il film del “Salt Bridge Summit debate”, in cui una bambina nascosta sotto il tavolo lega tra loro i lacci delle scarpe dei seriosi delegati israeliani e giordani riuniti per discutere di un (vero) progetto di ponte sul Mar Morto: metafora di rara delicatezza, denuncia che si fa proposta. L’Iraq, che dopo vent’anni torna a Venezia (presso la Fondazione Gervasuti, a pochi passi dai Giardini), chiama a raccolta due generazioni di artisti: il gruppo più anziano trova la sua cifra nell’acqua, l’acqua imbevibile perché compromessa dall’uranio e dalle mine, l’acqua che ha perso il suo storico, quasi sacro ruolo catartico, l’acqua che non rispecchia più i volti degli Iracheni (Alì Assaf rilegge con pregnanza il Narciso di Caravaggio), l’acqua sottratta alla Mezzaluna fertile dalle dighe della Turchia (non sarà un caso che il padiglione turco sia anch’esso interamente occupato da un impianto per la purificazione dell’oro blu). I più giovani parlano invece della guerra che ha segnato per intero le loro vite: risciacquano bandiere americane, sfogano l’aggressività in ufficio, ma soprattutto – con Ahmed Alsoudani, eccellente pittore non a caso già acquistato da Pinault – tentano la misura di un espressionismo alla Bacon per dare ragione del caos violento e irredimibile che ha travolto la loro terra.

Se l’Egitto (unico Paese della “primavera araba” presente a Venezia) affida il proprio padiglione ad Ahmed Basiony, un giovane artista ucciso in gennaio negli scontri di Piazza Tahrir, non è solo un fatto di immagine: dietro c’è un movimento artistico radicato, che emerge anche nella mostra collaterale The Future of a Promise ai Magazzini del Sale, uno spaccato interessante di ciò che gli appassionati vanno a cercare nelle gallerie di Beirut, di Tunisi, di Dubai (anche se ormai molto di fatto passa per Londra o New York). E basta guardare cosa e come espongono Siria, Iran, Cuba e Bielorussia (al di là beninteso della qualità delle singole opere) per intendere che la libertà di espressione non è poi così scontata ovunque. Anche chi riuscirà a scovare il padiglione dello Zimbabwe (ben nascosto nel sestiere di Castello: seguite le indicazioni per l’Irlanda e non demordete) sarà ripagato dalla poetica scacchiera di Tapfuma Gutsa, occupata da un’impari partita tra vezzosi cappellini ed elmetti militari. Non sarà dunque un caso che le uniche opere davvero commoventi della sullodata selezione Curiger alle Corderie siano i taccuini telefonici della nonna analfabeta di Yto Barrada (marocchina di Tangeri), e l’ampio catalogo di architetture della città abkhaza di Sukhumi, che il georgiano Andro Wekua offre allo spettatore perché mediti il destino degli alberghi liberty, delle officine d’auto, del ristorante “Abkhazia” (ma nell’insegna è caduta la zeta), delle ville liberty e dei casermoni staliniani: chiunque conosca il Mar Nero sa quanto questa potente installazione rifletta il calvario ad oggi inesausto di un’intera regione dell’Eurasia.

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