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Cosa sono i confini del 1967

La prima cosa da sapere è che sono stati la base di tutte le trattative condotte finora tra Israele e Palestina

La seconda cosa da sapere è che Israele non li ha ottenuti nel 1967

di Giovanni Fontana

A metà degli anni Novanta c’è il primo vero passo verso la pace: fra il ’94 e il ’96 vengono stipulati gli accordi di Oslo. Israele s’impegna a riconoscere la Palestina, la Palestina si impegna a riconoscere Israele. Due popoli, due stati: sulla base – indovinate un po’ – dei territori del ’67. È un momento capitale, Israele comincia a cedere sovranità all’Autorità Nazionale Palestinese, e in applicazione dell’accordo si formano tre zone: alcune aree, intorno alle città principali, vengono cedute al controllo civile e militare palestinese (in arancione sulla mappa, zona A); in altre i palestinesi hanno il controllo civile e gli israeliani mantengono quello militare (in verde sulla mappa, zona B); in altre ancora il controllo resta totalmente agli israeliani (in bianco sulla mappa, zona C). Deve essere il primo di moltissimi passi sulla strada della pace. Invece siamo ancora lì, con quella prima fase degli accordi di Oslo cristallizzata da quindici anni.

In tutto questo tempo, momenti di speranza (pochi) si sono alternati a recrudescenze (tante) dell’odio e della violenza. Se fosse una partita di calcio, come talvolta sembra a guardare le relative “tifoserie”, si potrebbe dire che i palestinesi hanno perso tre guerre (‘48, ‘67, e seconda Intifada) e ne hanno pareggiate tre (’56, ’73, e prima Intifada). Per questo, per i palestinesi – oggi – ottenere uno Stato che ricalchi perfettamente la linea d’armistizio del ’49 è realisticamente impossibile. Lo sciagurato rifiuto della proposta di Pace di Camp David nel 2000, e il lancio dell’ancora più sciagurata seconda Intifada, hanno acuito il cinismo degli israeliani. La questione è quante ulteriori concessioni dovranno fare per arrivare a stringere la mano agli israeliani che – per rimanere nella metafora calcistica – hanno sempre la palla dalla loro. E, altrettanto importante, quanto la comunità internazionale, gli Stati Uniti di Obama fra tutti, vorranno e sapranno spingere la mano degli israeliani verso quella dei palestinesi.

Il futuro
Se si è pessimisti, prevedere il futuro è molto facile. Se si è ottimisti c’è una montagna da scalare, e bisogna lasciare da parte qualunque considerazione su cosa sia giusto o sbagliato, badando solamente a quello che può funzionare. In questo senso, il riferimento di Obama alla Green Line va letto come una spinta agli israeliani a trattare, e a trattare con quella come base di partenza. Non ci si può aspettare di più: l’offerta di pace di Camp David-Taba, che comprendeva fra il 94% e il 97% dei territori (incluso un lembo di terra israeliana come compensazione) + Gerusalemme Est, sarà inevitabilmente peggiorata lasciando a Israele almeno le colonie più grandi e più vicine al confine come Modi’in Illit e Ma’ale Adummim, lasciando lo Stato palestinese quasi diviso a metà.

La questione di Gerusalemme sembra lasciare ancora meno spazio all’ottimismo: dal rifiuto di Camp David, non c’è stata nessuna amministrazione israeliana che abbia accettato pubblicamente la divisione di Gerusalemme. Al tempo stesso, l’ANP non accetterà mai uno Stato che non abbia Gerusalemme come capitale. L’unica possibile soluzione, anche qui, è provare a dividere in quattro il capello.

Di quanto queste concessioni dovranno essere dolorose, specie per la parte palestinese, ne sono consapevoli tutti: Fatah, che dalla morte di Arafat ha provato a percorrere questa strada ben più d’Israele. Hamas, che comunque non ne vuole sapere. E l’opinione pubblica, che, in generale, percepisce ogni concessione – gli stessi territori del ’67 – come un tradimento verso la propria gente. La sensazione è che questa sarà la pace – che sia fatta fra 2, fra 20 o fra 200 anni: 90% dei territori, alcuni quartieri di Gerusalemme Est ribattezzati Al Quds (La Santa in arabo), e un rientro simbolico di qualche decina di migliaia di profughi o loro eredi, oltre a Gaza che è già sotto il pieno controllo palestinese, dopo lo smantellamento delle colonie israeliane del 2004. Resta da farla accettare alle due parti. È questo il senso, molto pragmatico, della considerazione di Obama. Un invito al pragmatismo e a pensare a ciò che è possibile più che a chi sia nel giusto – ché, naturalmente, entrambi pensano di essere nel giusto. In questo senso, un elemento fondamentale sarà cercare di convincere gli israeliani – ai quali più degli altri è rivolta questa pressione – che cedere la quasi completezza dei territori occupati ai palestinesi sia nel proprio interesse a lungo termine. Un’impresa davvero ardua, specie con l’attuale governo israeliano – probabilmente il più conservatore della storia del Paese –, e difatti Netanyahu, l’attuale primo ministro, ha già rigettato la chiamata di Obama.

È questo aspetto, la capacità di guardare al futuro – non solo al domani ma al dopodomani –, la caratteristica che più manca alla società israeliana e a quella palestinese, una caratteristica che – almeno in quella israeliana – è andata persa in questi quarant’anni di occupazione militare. La narrativa israeliana è piena di racconti sulla passione visionaria, sulla fiducia in ciò che verrà, dei padri fondatori dello Stato d’Israele, da Herzl a Weitzman a Ben Gurion. Ci vedeva lungo Theodor Herzl, principale ispiratore dello Stato d’Israele, che lasciò detto di non fare stupidaggini, mentre lui era morto.

(AP Photo)

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