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  • sabato 7 Maggio 2011

La celebrazione dei corpi

Quello che unisce matrimonio reale, beatificazione di Wojtyla e morte di Osama bin Laden

di Filippomaria Pontani

A New York stavolta i potenti del mondo non c’erano fisicamente, ma tutti, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, non hanno mancato di esprimere in apposite dichiarazioni il proprio giubilo per l’evento, facendo eco al concetto espresso dal Premio Nobel per la Pace 2009 nella sua memoranda allocuzione al popolo americano, ovvero che “justice has been done”: quel corpo, tramite la sua morte fisica decretata lì per lì in un edificio di Abbottabad, ha dunque espiato il male inenarrabile che aveva prodotto da dieci anni a questa parte.

A chi si aspetterà a questo punto la tipica sterile paturnia dei catto-pacifisti, si potrebbe chiedere con molta semplicità se la lunga tradizione della civiltà occidentale abbia davvero portato a un’idea di giustizia così apertamente sinonima di vendetta; e soprattutto – ammesso e non concesso che bin Laden sia stato ucciso in un’azione di guerra – se davvero il compito dei governanti (non parliamo dei Nobel) debba essere quello di rinsaldare e attizzare i sentimenti delle folle prevedibilmente bramose d’infierire sul corpo del nemico, secondo dinamiche già viste tante volte (e con quale nostro scandolezzo) nelle strade del Medio Oriente.

La memoria corre ad Alessandro Magno, il quale nel 330 a. C. inseguì caparbiamente per settimane il Gran Re persiano Dario III, di gran lunga il più potente dei suoi nemici, nella sua fuga sui monti dell’Iran: quando, giunto presso l’odierna Semnan (pochi km ad est di Teheran), scoprì che il Re era stato proditoriamente ucciso dal satrapo della Battriana (il quale peraltro era convinto di avergli così reso un meritorio servigio), Alessandro si disperò, punì severamente l’assassino e il suo malposto zelo, e rese solenni onori funebri all’avversario che negli ultimi anni aveva ucciso in battaglia centinaia e centinaia di Macedoni. Plutarco (Vita di Alessandro, 43) racconta addirittura che, vedendo Dario orribilmente sfigurato dai dardi di Besso, Alessandro coprì il suo corpo con un panno, per rispetto, ma anche per velare alla vista degli uomini gli effetti della nèmesi, il rovescio istantaneo della fortuna.

Non a caso, le parole estreme che secondo la più tarda tradizione del Romanzo di Alessandro (II, 20-21) Dario avrebbe affidate al Macedone sul letto di morte riguardavano proprio la mutevolezza della sorte, e andrebbero forse meditate da chi, dinanzi al cadavere ancor fresco di Osama e dei suoi, proclama orgoglioso al mondo intero che il proprio Paese è in grado di conseguire qualunque obiettivo si prefigga, per quanto ambizioso esso sia.

Londra, Roma, New York: imperatores, oratores, bellatores, per parafrasare Adalberone di Laon. Singled out and seen from a distance, ci si può chiedere a quale secolo appartengano questi tre “eventi mediatici globali”, volti a riempire lo spazio vuoto della sfera pubblica rendendolo omogeneo, e contestualmente indiscutibile, in mille Paesi; tre eventi legati a corpi esanimi trattati (è perfino superfluo osservarlo) senza un’ombra di vero rispetto. In un Occidente che còmpita disperato le proprie anime alla ricerca di una qualche identità, ora che le ideologie si proclamano defunte, le feste nazionali fomentano divisioni, e perfino la Copa del Rey rovina giù da un autobus a due piani, il triduo del Calendimaggio ha di fatto unito non solo le masse del nostro mondo, ma anzitutto i loro rappresentanti, nel nome della diseguaglianza, della superstizione e della vendetta. L’unanimità quasi assoluta che si è creata attorno a questi tre eventi nella pubblica opinione e (cosa ancor più significativa) nelle classi dirigenti, lascia poche illusioni circa la tanto auspicata resurrezione della “politica” (nel senso alto del termine) nei lembi di mondo che abbiamo la fortuna di abitare.

foto: AP Photo/APTN

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