La storia di Chernobyl

Prima che diventasse Chernobyl, e anche dopo

Una visita nella «Zona», nelle pagine del nuovo libro di Francesco M. Cataluccio

di Francesco M. Cataluccio

Tornammo all’imbrunire nel Centro di accoglienza di Chernobyl, al quale fanno capo vari edifici e laboratori lì intorno, che studiano in corpore vili gli effetti delle radiazioni:
«La mia idea personale è che noi tutti siamo il materiale sul quale vengono condotti esperimenti scientifici. Un laboratorio internazionale. Vengono qui da ogni dove. Si registrano i dati, si sperimenta. (…) Un gigantesco laboratorio del diavolo» (Nikolaj Prohorovic Žarkov, insegnante di applicazioni tecniche).

Ci fecero salire su una sorta di traballanti bilance celesti che dovevano servire a misurare la nostra radioattività.
Poi ci ordinarono, come si fa con i bambini, di andare ai bagni con la raccomandazione di lavarci bene le mani con un unico striminzito sapone giallognolo. All’uscita, inaspettatamente, ci chiesero dei soldi per la cena e ci fecero accomodare in un saloncino appartato che sembrava uno chalet di montagna. La fame contribuì ad abbattere ogni residuo scrupolo. Ci vennero serviti da una baldanzosa cameriera in ciabatte: antipasti di salumi e affettati; cannelloni con dentro würstel; insalata di mele, porri, piselli, patate e maionese; zuppa di barbabietole rosse bollente; insalatina di carote e cavolo tagliati a julienne; uova sode e amare; stufato di pollo, fagioli e purè di patate; pandolce; brioche; mele rosse; composta di frutti di bosco.

Niente alcolici. Mentre mi ingozzavo di tutto quel velenoso ben di Dio, la mia commensale di sinistra (la bionda psicologa bielorussa), addentando una mela e tracciando con l’indice sul tavolo cerchi e linee per me incomprensibili, mi disse, senza esser stata interpellata: «Sai, Jung sostenne che il Mandala, osservato dal punto di vista psicologico, è un’immagine di Dio che sta alla base della psiche umana: è allo stesso tempo il centro e la totalitá della nostra psiche e sembra abbracciare l’unità dell’Universo. Disegnando, durante un periodo della sua vita, tutti i giorni un mandala, e osservando più tardi i suoi pazienti, Jung scoprì che le sue varie forme (stelle, cerchi, quadrati, ecc.) esprimevano differenti stadi dell’equilibrio interiore dell’individuo. Si hanno Mandala imperfetti quando tale equilibrio interiore è disturbato. In seguito però Jung giudicò che il Mandala non rispecchia solamente uno stato di ordine interiore, ma la sua armonia o la sua mancanza di armonia coinvolgono anche l’ambiente che circonda l’individuo. Avviene così che il Mandala abbia bisogno di un simbolo nel quale il mondo esteriore e quello interiore si fondono. C’è, secondo Jung, una realtà ultima oltre la materia e la psiche, che egli chiama ‘unus mundus’. La sua manifestazione empirica è il principio della sincronicità.

Negli eventi sincronici il mondo interiore si comporta come se fosse posto all’esterno ed il mondo esteriore come se si trovasse all’interno. Visto che il simbolismo del Mandala rappresenta l’ordine olistico di materia e psiche, il Mandala avrebbe dovuto essere studiato sia dai fisici sia dagli psicologi poiché esso riappare nei loro modelli empirici del mondo atomico. Il modello atomico di Niels Bohr è già un Mandala cosmico e i modelli che i fisici costruiscono oggigiorno per visualizzare i quark sono Mandala».

L’altro fisico di Pietroburgo, che ci sedeva di fronte e aveva ascoltato tutto, ci fece marameo col pollice della mano destra appoggiato sul grosso naso. La comitiva si alzò pigramente da tavola e risalì in silenzio sul pulmino. Al posto di blocco in uscita dalla Zona, ci fecero entrare in un salone freddissimo e avvinghiarci a delle grandi macchine, simili a quelle che si vedono nelle moderne palestre: le mani infilate in due speciali tasche, i piedi in una scanalatura gialla e la faccia rivolta verso uno schermo verde.

Dopo qualche secondo si accessero delle lampadine gialle e bianche. La Decontaminazione era terminata.

***
È uscito per Sellerio Chernobyl, di Francesco M. Cataluccio, “in parte reportage di viaggio in quel che rimane, in parte archeologia di situazioni umane da cui far riemergere lo spirito sepolto di luoghi abbandonati”.
Francesco M. Cataluccio (1955) ha studiato Filosofia e Letteratura a Firenze e a Varsavia. Ha diretto le case editrici Bruno Mondadori e Bollati Boringhieri ed è autore di numerosi saggi sulla cultura e la storia della Polonia e del Centro Europa. Oltre a
Chernobyl ha scritto Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi), e Vado a vedere se di là è meglio ed è curatore delle opere di Witold Gombrowicz (Feltrinelli) e Bruno Schulz (Einaudi).

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