La storia di Chernobyl

Prima che diventasse Chernobyl, e anche dopo

Una visita nella «Zona», nelle pagine del nuovo libro di Francesco M. Cataluccio

di Francesco M. Cataluccio

Giungemmo nella grande piazza, con l’albergo, le fontane dalle forme ardite, e un enorme edificio tutto vetri e colonne, la Casa della Cultura, sovrastato da una scritta, un tempo al neon, oggi piuttosto beffarda: DOM KULTURY ENERGETYK. Ci fecero entrare in molti edifici, alcuni ancora con le finestre chiuse e i vetri intatti. Salimmo le scale ingombre di macerie e oggetti abbandonati e girellammo sfacciatamente negli appartamenti radioattivi. Visitammo e fotografammo tutto: la Piscina con il trampolino olimpico malinconicamente proteso verso il vuoto azzurrognolo della capiente vasca; le palestre con ancora intatto l’intreccio del parquet; l’elegante caffè-ristorante munito di terrazza sul limaccioso fiume, abbellito da una parete-mosaico di vetri colorati, come un caleidoscopio; la severa stazione di polizia, con le celle ancora chiuse e gli armadietti sventrati.

Durante una sosta, l’autista ci raccontò che il 27 sera del 1986, mentre era di turno come taxista, seppe dell’ «incidente» ascoltando alla radio Voice of America. Avvicinandosi al parcheggio vide la polizia che prendeva i taxisti per usarli per il trasporto della gente. Fuggì a casa e spedì la famiglia dalla madre in Crimea. Poi si nascose per parecchie settimane: «I miei colleghi che fecero la spola tra Pripjat’ e la stazione di smistamento sono poi morti tutti». Giungemmo infine all’Ospedale. Dinanzi all’ingresso c’era una poltrona per visite ginecologiche che pareva un malato con scomposti arti artificiali.

Nel labirinto dei corridoi: provette e alambicchi rotti, sparpagliati per terra; letti aggrovigliati, ancora laccati di bianco; fascicoli e schede sfogliati dal vento; ammassi di garze e lenzuola; grandi vasi, davanti alle finestre, con arbusti di piante stecchite. Ora mi era più facile immaginare il Sanatorio all’insegna della clessidra di Bruno Schulz e L’ospedale dei dannati di Stanislaw Lem. Infine ci portarono al grande spiazzo del parco giochi, che in quella primavera era stato allestito per i festeggiamenti del primo maggio. È la zona più radioattiva di Pripjat’, essendo esposto direttamente verso la centrale di Chernobyl, e il giorno del disastro il vento portò qui le prime particelle radioattive, che investirono la foresta che si trovava proprio alle sue spalle: gli alberi morirono tutti in pochissimi giorni. Nel mezzo del parco giochi, tra i relitti delle giostre, troneggiava la grande Ruota panoramica. Per molti anni ho avuto sulla scrivania un carillon di legno con quella forma: di tanto in tanto la facevo girare e con la sua malinconoca musichetta mi ipnotizzava. Le Ruote panoramiche sembrano dei mulini a vento che scandiscono muti, come le ore sul quadrante dell’orologio, le tappe delle tragedie umane. Sono girandole della morte, un po’ lugubri, come la Ruota del Prater di Vienna che fa da sfondo al film Il terzo uomo di Carol Reed, con Orson Wells. Mentre fissavo con questi pensieri la Ruota, vidi la taciturna guida, nel crocchio degli altri «visitatori», lasciarsi andare sull’unica panchina nello spiazzo, accendersi l’ennesima sigaretta, e cominciare a narrare di avere un figlio in Italia, vicino a Milano, ma di non esserci mai stato… Ecco dove lo avevo gia visto!

La guida era lo stesso Vladimir Verbyzkij, reduce dell’Afganistan, ex tecnico di laboratorio alla Centrale, che accompagnò («proprio perché siete Italiani; non faccio più la guida»), il 25 giugno del 2005, il regista Davide Ferrario e lo scrittore Marco Belpoliti durante la lavorazione del bellissimo documentario La strada di Levi. Nel suo suggestivo «diario di viaggio», Belpoliti lo racconta così: «Si siede su una panchina, vicino alla grande Ruota dei bambini, e comincia a raccontare.

Quando è accaduto tutto lui aveva 25 anni, era sposato e aveva un figlio, di un anno e un mese. Hanno misurato la radioattività di tutti gli abitanti ed è risultato che il bambino aveva un livello cinque volte superiore a una persona adulta. Per questo dopo qualche tempo l’hanno mandato in Italia, in un paese vicino a Milano. Lì è stato anche battezzato; è diventato cattolico. Il matrimonio di Vladimir non ha retto, ha divorziato. Il figlio ora è grande, vive altrove, si è salvato anche grazie a quella convalescenza. Lui non è mai stato in Italia e ci vorrebbe andare». Evidentemente la crisi economica lo aveva riportato a fare quel lavoro rischioso. Ma lui lo interpretava come un consumato attore, senza sorrisi e con ferma gentilezza, ripetendo macchinalmente un copione che è anche la sua vita.

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