La storia di Chernobyl

Prima che diventasse Chernobyl, e anche dopo

Una visita nella «Zona», nelle pagine del nuovo libro di Francesco M. Cataluccio

di Francesco M. Cataluccio

Un amico di Kiev, che mi aveva aiutato a sbrigare le pratiche burocratiche per ottenere il permesso di visitare Chernobyl e si era però rifiutato cortesemente di accompagnarmi («Ci sono già stato una volta, sono giovane e vorrei avere dei figli»), mi raccontò poi che, quando ci era andato, alcuni anni fa, con una delegazione di vicentini che ospitano periodicamente bambini delle zone colpite dalle radiazioni, aveva fatto lì un esperimento con una grossa pagnotta. Dal ponticello aveva gettato nel canale dei pezzetti di pane e dei pesci neri vi si erano avventati rapidamente. Poi gettò intero il mezzo filone rimasto, e dalle acque fece capolino un’enorme bestia che, spalancando le fauci, lo inghiottì in un solo boccone.

Più andavamo avanti nella «visita» e più capimmo che le domande non erano molto gradite. Quella che avremmo fatto tutti volentieri (ma ci tenemmo prudentemente in gola) era perché la ciminiera fumasse e si potesse notare un operoso via vai di persone all’interno del recinto: uomini che scendevano da pulmini con la bandiera blustellata dell’Unione europea e persino, ma forse fu una mia allucinazione patriottica, un camioncino con scritto Ansaldo. Era chiaro che qualcosa della Centrale era in funzione. Solo il Sarcofago di cemento, alla sinistra della ciminiera, che copre il cuore ancora pulsante del Reattore numero 4, appariva calmo e solenne come un catafalco babilonese. È una sorta di cerottone che contrasta con il baldanzoso colore rosso del vicino Reattore numero 5.

Ci facemmo delle foto davanti a una grande targamonumento, addossata al muro dietro la Centrale. Anche lì si ricordavano «coloro che hanno salvato il mondo». Ci fu ordinato però di non inquadrare gli altri edifici vicini. Ritornammo sul pulmino, convinti che la visita fosse finita; avessimo assorbito la nostra dose eccessiva di radiazioni; potessimo rientrare nel mondo normale a farci un buon pranzetto. Invece, il nostro traballante automezzo puntò decisamente verso Ovest e ci trovammo in poco tempo davanti a una di quelle sproporzionate scritte in cemento armato, indicanti il nome delle città sovietiche: Pripjat’.

La città, sulle rive dell’omonimo fiume, fu costruita, nel 1970, a 12 chilometri dalla Centrale, per ospitare gli scienziati, le maestranze e le loro famiglie. Ci vivevano 45.000 persone (delle quali 16.000 bambini), provenienti da ogni parte dell’Urss. I suoi abitanti erano, rispetto allo standard di vita della grande maggioranza degli altri cittadini sovietici, dei privilegiati: guadagnavano mediamente tre volte tanto; vivevano in case costruite in modo più solido e confortevole; ciascuno aveva l’appartamento indipendente e l’automobile, belle scuole, attrezzature sportive e un grande parco dei divertimenti; negozi forniti di ogni ben di Dio.
Era una trappola. Pochissimi erano al corrente dei rischi che correvano.

Dopo l’esplosione del Reattore fu il centro abitato più investito dalle radiazioni. Il 28 aprile, in gran segretezza, tutti gli abitanti vennero evacuati in 2 ore. Dovettero lasciare lì quasi tutto. La maggior parte fu trasferita in città della Siberia, per evitare che raccontassero la loro tragedia. Oggi, nonostante i molti anni trascorsi, le incursioni più o meno autorizzate per riprendersi le proprie cose e le razzie di sciacalli disperati, è ancora tutto lì: la città deserta sembra esser stata abbandonata da poco e ciò accresce la sua aura spettrale. Quello che fa impressione delle città contemporanee progettate a tavolino è la mancanza di coesione. I blocchi sono staccati l’uno dall’altro, come tante isole indipendenti e senza rapporti.
Pripjat’, nella sua desolazione attuale, rivela chiaramente la mostruosità di realizzazioni urbanistiche che non tengono conto delle esigenze vere degli esseri umani. Subito dopo il posto di blocco, che fa intuire come tutta la città sia circondata dal filo spinato, si passò accanto a un grande crocifisso ligneo policromo collocato all’imbocco di un viale alberato, costeggiato da alti palazzi in cemento.

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