La storia di Chernobyl

Prima che diventasse Chernobyl, e anche dopo

Una visita nella «Zona», nelle pagine del nuovo libro di Francesco M. Cataluccio

di Francesco M. Cataluccio

Nel Centro di accoglienza, definito pomposamente sulla targa «Cernobyl Interform Agency», aleggiava un caldo profumino di zuppa di barbabietole. Venimmo ricevuti da un uomo in tuta mimetica, la nostra Guida, che ci ripeté le raccomandazioni già sentite e ci fece firmare un fascicolo dove ci assumevamo tutte le responsabilità per quel che avrebbe potuto accaderci. Lo guardai bene: il suo volto angoloso, severo e malinconico, mi ricordava un attore cinematografico. Ma di quale strampalato film? Assieme alla Guida, a due passi da lì, ci recammo nella vecchia stazione dei bus a… prendere un caffé e fare uno spuntino. Il piccolo e colorato negozio di alimentari, gestito da una rubiconda signora bionda con i denti tutti dorati, era pieno di leccornie: uova, verdure, vodka, birre, salumi e formaggi dai colori brillanti.

Tutto esposto all’aria, in bella vista. Io ero incuriosito dai piccoli cetrioli verde smeraldo. «Non sono buoni», mi rispose bruscamente la commessa. «Li tenete qui per decorazione?», chiesi. Sfoderò un sorriso aureo da Medusa e mi abbagliò. C’era anche un banco dei surgelati, sul quale si avventarono i miei compagni di viaggio, che passarono il resto della mattinata a estrarre dai tascapane barrette rosate di polpa di granchio e succhiarle come lecca lecca. Proseguimmo in direzione della parte vecchia della città: rare case a un piano abbandonate, qualcuna ancora in legno. Non si percepiva un tessuto urbano definito, poche volte le strade si incrociavano segnate da edifici ad angolo, di un secolo fa.

Sembrava un triste e fitto bosco, punteggiato qua e là da case senza luce nè vita. Slabbrate staccionate delimitavano quelli che erano stati fiorenti orti e giardini, che circondavano centinaia di case di campagna attaccatesi, nei secoli, le une alle altre fino a formare una verde città. L’epoca staliniana e la guerra hitleriana avevano già definitivamente provveduto a creare delle macchie disabitate, a scollare le pochi costruzioni che tenevano assieme quel mondo: cancellando soprattutto le Sinagoghe, i negozi e i palazzi dei mercanti. L’unico vecchio edificio pubblico rimasto in piedi, restaurato e colorato come un dolcetto di marzapane, era la vecchia chiesa ortodossa, con la facciata a campanile.

Si percepiva comunque che la vecchia Chernobyl, a differenza di tutte gli altri agglomerati urbani nell’arco di 30 chilometri, aveva una sua vecchia storia e il fascino di certe antiche città abbandonate, come quelle che si trovano in Siria, a nord di Aleppo. Davanti alla caserma dei Vigili del fuoco, c’è un grigio monumento moderno che, con tutti quegli idranti attorcigliati, ricorda la statua di Laocoonte, in onore dei pompieri che per primi accorsero alla Centrale e morirono poi tutti. La targa dice: «A coloro che hanno salvato il mondo».

Risalimmo sul pulmino e iniziammo a girare per una pianura completamente deserta. Dopo aver attraversato uno spettrale ponte sul fiume Pripjat’, trafitto da alti lampioni al neon, ci trovammo all’improvviso di faccia alla Centrale. Come tutte le cose immaginate, e anche viste in fotografia, apparve molto più piccola e innocua. La ciminiera la faceva sembrare un peschereccio, attraccato sul canale di raffreddamento che la circonda. L’acqua del canale era ferma e scura come pece. Un tempo pare fosse popolata da buffe rane dai riflessi rossastri. Il fisico pietroburghese chiese se oggi lì ci fossero pesci e ottenne una secca risposta: «Certamente, pesci attivi e radioattivi».

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