La storia di Chernobyl

Prima che diventasse Chernobyl, e anche dopo

Una visita nella «Zona», nelle pagine del nuovo libro di Francesco M. Cataluccio

di Francesco M. Cataluccio

Appoggiati alla portiera c’erano due giovani, gli Accompagnatori: uno smilzo e barbuto, vestito di nero, con l’aria mistica di un prete ortodosso; l’altro, tarchiato, la faccia tempestata dai brufoli, i capelli con taglio militare e due orecchini per lobo. Attendevano i clienti e controllavano la loro registrazione su un nuovissimo iPad. Eravamo in sette: due fisici dell’Università di San Pietroburgo, una coppietta di allegri fidanzatini moscoviti, una psicologa bielorussa che somigliava a Juliette Binoche da bionda, un lituano armato di una ricca attrezzatura fotografica… Espletate le formalità ci fecero salire a bordo. La prima sorpresa fu che il portellone scorrevole non chiudeva bene.
Così, per tutto il viaggio, venni investito in pieno da una lama di vento freddo. Ma la cosa che mi dette più fastidio di quel pulmino fu la puzza di marcio, come scoreggie di cavolo e vodka. Usciti dalla città, si imboccò una specie di camionabile monotona e completamente deserta, affiancata da nere e fitte foreste. Di tanto in tanto, ferme sul ciglio della strada, macchine della polizia, seminascoste da impettiti poliziotti irrigiditi dal freddo.

Dopo una mezz’ora di assonnato silenzio, il tarchiato, che stava seduto accanto al malinconico autista, prese il microfono e recitò, guardando dritto davanti a sè, «una breve introduzione alla gita». Disse che non c’era più nulla da temere perché «è tutto in sicurezza». Per la prima volta sentii nominare la Zona: «Niente di commestibile potrà esser portato dentro la Zona e niente riportato fuori; niente potrà esser raccolto nella Zona; tutto quel che vi cadrà per terra dovrà esser lasciato là, nella Zona».

Quindi accese un piccolo televisore, fissato al tetto del pulmino, e ci mostrò un documentario del National Geografic, intitolato The Battle of Chernobyl, che fece ancor di più gelare il nostro sangue, suscitando il desiderio di tornare immediatamente indietro. Ma ormai era troppo tardi: uno sgangherato posto di blocco militare ci sbarrò la strada. Ci obbligarono a scendere per esser identificati. A gesti, quasi avessero timore di aprir la bocca, ci fecero poi segno di attraversare a piedi una breve «terra di nessuno» dove razzolavano stancamente alcuni spelacchiati cani randagi. Quindi, di nuovo sul pulmino, a passo d’uomo, per una larga strada dritta con ai lati qualche casa di campagna in evidente stato di abbandono.

Un po’ più avanti, improvvisa frenata: tutti giù verso un sentiero laterale, a inseguire e fotografare un vecchietto con una carriola che si allontanava in fretta come un animale spaventato. Il paesaggio circostante diventava sempre più sfuocato. Non essendoci la neve, il colore dominante era il verde salvia e le betulle erano tutte basse e giovani. Quando giungemmo alla periferia della città di Chernobyl ci trovammo di fronte pochi edifici in stile sovietico, circondati da alberi attorcigliati.

Ci dissero che, in tutta la Zona, c’erano solo 700 abitanti: uomini e donne, per lo più anziani, che hanno scelto di tornare alle loro case, incuranti del pericolo, o lavoratori ai quali è permesso di stare lì solo per 14 giorni, obbligati poi a osservarne altrettanti per il riposo e i controlli sanitari. Aggiunsero che la città di Chernobyl, nonostante si trovi a soli 29 chilometri dalla centrale, fu relativamente poco colpita dagli effetti delle radiazioni: la polvere radioattiva, a causa del vento, si diffuse piuttosto verso nord, infestando la Bielorussia. Nell’ottobre del 1988 si parlò comunque di radere al suolo una parte della città, a causa dell’inquinamento radioattivo, soluzione poi abbandonata per l’enorme quantitativo di particelle radioattive che si sarebbero sollevate assieme alle macerie degli edifici demoliti.

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