Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Passeggiando per il Boulevard des Italiens, in una vetrina, notò una litografia che lo raffigurava rinchiuso in una cella a suonare il suo violino, come leggenda voleva; poi scoprì che la stessa immagine era stata riprodotta anche sull’importante «Revue Musicale». Gli anni passavano ma poco cambiava. A parte, in peggio, la sua salute. A Londra, dopo un inizio difficile – gli inglesi il raddoppio dei prezzi non lo digerivano proprio – Paganini si avviò a guadagnare più denaro che in tutte le tappe precedenti.
Le parole del critico Henry Chorley tuttavia lo colpirono:

La comparsa di questo stregone non può che indurre tutti i violinisti al suicidio. Egli accorda sui registri acuti, tuttavia raggiunge un suono sferico e rotondo incredibile. La sua musica e il suo stile sono caratterizzati dalla malinconia. Il detto secondo il quale la tristezza è sempre fragile può benissimo riferirsi all’esecuzione di questo strano individuo. Egli riesce letteralmente a comunicare al proprio strumento una sorta di sensibilità animalesca, e a tratti ne cava pianti e lamenti con quella verità ed espressione che originano dal dolore fisico.

Lo stregone, Paganini, era sempre più perseguitato dalla propria caricatura. Scriveva al Germi:

Una nuvola di ritratti, fatti da diversi artisti, è apparsa per tutte le botteghe di Londra, ma uno che veramente mi somiglia non è comparso ancora tra le stampe. Si vede anche qualche parodia buffonesca; una mi presenta in atto di suonare in attitudine strana, mentre il leggio si accende e brucia.

Paganini accelerava verso l’ignoto. Nel 1832, spostandosi in carrozza su strade pietrose, riuscì a tenere sessantacinque concerti in tre mesi in trenta località diverse, un ritmo che farebbe stramazzare una moderna rockstar. Negli stessi giorni l’avvocato Germi gli comunicava che sua madre era morta, ma Nicolò non fece una piega. Nel rispondere, non sfiorò l’argomento:

Il fanatismo diabolico prodotto dal mio strumento ci ha determinati di dare altri sei concerti.
Sarò di ritorno per il 20 del prossimo febbraio per recarmi ad abbracciare il mio caro Achille, ragazzo adorabilissimo, che sta ben collocato ma che non lascerò più … A dirti il vero mi rincresce che in tutte le classi si propaghi l’opinione ch’io abbia il Diavolo addosso. I giornali s’intrattengono troppo sulla mia figura.

Londra registrò anche l’ultimo sussulto della disperata carriera sentimentale di Paganini. Una vicenda torbida – ovviamente – ma cominciata con una buona azione: il musicista, dopo aver saputo che il suo ex collaboratore John Watson era stato incarcerato per debiti, era accorso in suo aiuto e aveva pagato una cauzione per la sua liberazione; inoltre aveva offerto un concerto a sua totale beneficenza, o meglio a beneficenza di Charlotte Watson, la figlia di cui frattanto Nicolò si era innamorato. I due amoreggiarono di nascosto e fecero progetti.

C’è da presumere la totale buona fede di Paganini, se è vero che le regalò un diamante da dodici carati e predispose di sposarla una volta che si fossero trovati a New York. Solo che il piano fallì. La maledizione legata alla popolarità del personaggio, ancora una volta, non fu estranea. I due si diedero appuntamento in Francia, a Boulogne, ma programmarono di giungervi in momenti diversi per non dare nell’occhio; la fuga della ragazza fu però immediatamente scoperta dal padre, che l’attese al varco e la rispedì filata a Londra.

Lo scandalo scoppiò ugualmente perché un giornale di Boulogne si impossessò della storia e la pompò all’inverosimile, coinvolgendo a più riprese tutti gli attori e costringendo Paganini a una goffa autodifesa. Watson, pur rifiutando di acconsentire alle nozze, ammise che «le vere intenzioni di Paganini non contenevano nulla di disonorevole». Il musicista, demoralizzato e scoraggiato dall’aggressività della stampa, si ritirò in buon ordine, persuaso che forse non si sarebbe accasato mai. Anche perché gli rimanevano solo sei anni da vivere.

Piani e propositi si fecero confusi. Paganini pensò di dare alle stampe tutte le sue opere, ma non se ne fece niente. Progettò di aprire un casinò a Parigi col suo nome scritto a caratteri cubitali, ma l’impresa naufragò e fece bancarotta anche perché non era più in grado di suonare. La salute peggiorava, le degenze si facevano ogni volta più prolungate. La voglia di scappare negli Stati Uniti non venne mai meno, anche perché era lì che Charlotte Watson era comunque andata e lo aspettava per sposarlo, come la corrispondenza tra i due dimostra.

Ma Paganini era un uomo ormai fiaccato, distrutto. Incaricò un’agenzia di Le Havre di prenotare i biglietti per oltreoceano, ma dovette rinunciare perché ogni giorno regrediva e perdeva peso. Sviluppò una brutta ritenzione urinaria e dovette introdursi dei cateteri, anzi delle «candelette forate di stagno». A Nizza si accorse di avere un’orchite, o meglio «un testicolo grosso quanto una pera o una piccola zucca». Gli dissero che era colpa dei troppi viaggi in carrozza. Accadeva nel 1837, stesso periodo in cui Charlotte Watson, stufa di aspettare, si maritò con un americano. Nei due anni successivi, l’avvelenamento da mercurio finì il suo lavoro.

Paganini diventò praticamente muto, afono. Il figlioletto Achille era abituato a leggergli le parole sulle labbra e gli faceva da interprete, ma quando non fu più possibile prese a comunicare con dei bigliettini. Ormai non riusciva più neppure ad alzare l’archetto: e quando non riuscì neppure ad alzare se stesso, e restò confinato a letto per cinque mesi, fu evidente a tutti che stava morendo. Chiuse gli occhi alle cinque del pomeriggio del 27 maggio 1840, a 58 anni. I medici parlarono di «tubercolosi dei polmoni e della laringe», una diagnosi qualsiasi. Ma il caso di Nicolò Paganini ha questo di diverso: la persecuzione lo inseguì anche da morto.

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