Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

È questo il Paganini che il mondo avrebbe ricordato. Il musicista continuò a soffrire per le cure e per la sua stessa ipocondria. Sempre quell’anno, nel 1828, un altro specialista gli comunicò che era tisico e che nel giro di un anno sarebbe morto: il risultato fu che il musicista si spaventò ancora di più e intensificò le cure con il mercurio. Altri specialisti disposero degli inutili salassi con sanguisughe, mentre per lenire i dolori addominali, causati anche da loro, gli consigliarono di montare a cavallo. Il primo e l’unico ad accorgersi che i medici lo stavano ammazzando fu Francesco Benati, professionista che aveva curato il musicista per oltre dieci anni e che Paganini rincontrò durante i giorni viennesi. Una sua lunga e accurata anamnesi, resa nota nel 1831, spiegava tra l’altro:

Paganini appare pallido, verdastro, denutrito e di media statura. Ha solo 47 anni, ma la sua magrezza e la mancanza di denti, che gli provoca una bocca cascante e un mento molto sporgente, gli conferiscono un aspetto senile. Il suo cranio eccessivamente grande, poggiante su un collo lungo e sottile, è totalmente sproporzionato rispetto alla magrezza del corpo. Sul suo volto spiccano una fronte alta e accidentata da incavi e protuberanze, un naso aquilino e una bocca malignamente guizzante. Appariscenti sono poi le grandi orecchie molto sporgenti, e i lunghi capelli grassi e sottili, il cui colore nero è in netto contrasto col suo volto esangue… Non c’è parte della sua costituzione fisica che non mi sia nota … Il medicamento al mercurio ha avuto sullasua salute il più disastroso degli effetti, perché ha attaccato lo stomaco e le gengive, i denti caddero.
Il danno, già grande, fu accresciuto dall’uso di un altro rimedio sconsiderato che prese per due anni: il purgante ed emetico di Leroy. Stufo dell’inutile ricorso ai medici italiani e tedeschi, stanco di sentirsi dire che i suoi giorni erano contati, si rivolse ai ciarlatani sperando di trovare quell’aiuto che la medicina ufficiale, obiettivamente, non riusciva a dargli. Certamente questa panacea non fece miracoli, e quando lo incontrai a Vienna, nel 1828, era difficile trovare qualcuno in una condizione più debilitata di quella in cui si trovava quando, dietro mio consiglio, ne interruppe l’uso. Neanche i timori di una condizione tubercolotica avevano fondamento, come mi assicurai. Non è tisico, come si era creduto in precedenza. Il suo deperimento non è dovuto alla presenza di tubercoli nei polmoni né a qualche lesione di altri organi vitali. È smilzo di costituzione. Aggiungerei che per lui è necessario essere così, perché altrimenti non sarebbe Paganini.

Il citato «purgante ed emetico di Leroy» era un’altra schifezza che il musicista assumeva proprio perché sperava che potesse depurarlo dal mercurio: così almeno recitava un trattato francese che il musicista aveva letto avidamente, e secondo il quale il preparato poteva curare anche la sifilide – che lui non aveva. Oltre al preparato di Leroy, Paganini assunse anche il calomelano, un composto a base di cloruro mercuroso che il musicista metteva nel tè e che gli causava faringiti e, ovviamente, altro avvelenamento da mercurio. La conseguenza di tutti questi rimedi corrosivi fu un restringimento dello stomaco: tutto il cibo gli andava sminuzzato e a ogni pasto passava a tavola almeno due ore.

Sulla sua vita calavano ombre lunghissime, ma lui cercava di viverla come poteva. Fece buon viso a un gioco crudele. Nel gennaio 1831, mentre l’adorato Achille era a letto con la rosolia, l’avvocato Germi gli comunicò che suo fratello Carlo era morto e che anche sua madre era gravemente malata. Paganini rispose così: «Ciò mi fa tristissimo…L’epoca presente non è delle più favorevoli, ma essendo la vita molto corta, procurerò di non perder tempo».

I propositi di maritarsi e di ammarare verso lidi tranquilli non l’abbandonarono mai. Non passava mese senza che nuove candidature fossero sottoposte al suo amico avvocato. Tra molte improbabili – che Paganini per primo chiedeva in spose, salvo cambiare rapidamente idea – spiccò per pervicacia l’infuocata baronessa Helene von Feuerbach, figlia di un importante diplomatico tedesco e già maritata con un nobile bavarese. I due si frequentarono clandestinamente e si promisero ogni bene.
Da una lettera all’avvocato Germi:

Ella ha dichiarato di rinunziare a tutte le mie ricchezze, e di non voler che la mia mano. Che ne dici di tutto questo? È molto difficile trovare una donna che mi ami quanto Elena. È vero che quando sentono il mio linguaggio musicale, l’oscillazione delle mie note le fa tutte piangere; ma io non sono più giovane, né sono più bello; anzi sono diventato bruttissimo.

È presumibile che Helene von Feuerbach si sarebbe votata a Paganini con dedizione assoluta, tanto che ottenne comunque il divorzio nell’attesa di poter giungere all’altare col musicista; ma le mille titubanze di lui, miste al timore di nuovi scandali, sfociarono ancora una volta nel nulla. Il musicista chiese altro tempo, mentre lei, dopo un periodo in ritiro spirituale, prese a viaggiare per l’Europa. È ciò che fece anche Paganini, mai pago di nuovi trionfi. A Parigi fu un coro di lodi, neppure il raddoppio dei prezzi sembrò spaventare i francesi: ma fu sufficiente un solo episodio per uccidergli il morale.

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