Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Per ottenere il riconoscimento del figlio smosse mari e monti. Paganini non fu soltanto un vorace donnaiolo: decine di lettere, dopo il compimento dei suoi trent’anni, non fecero che ammiccare al matrimonio pur nella difficoltà che potesse farlo convivere con la sua vita itinerante e ormai ufficialmente demoniaca. La corrispondenza del violinista con Luigi Germi racconta di sempre nuove femmine conquistate o da conquistare, da liquidare o da sposare: dalla tredicenne Eleonora («quando ella potesse corrispondermi») alla «novella Elena», dalla non individuata «Signora Tadea» alla citata Antonia Bianchi.

Certo, lui era Paganini, letteralmente assaltato dalle donne, ma quante speranze ogni volta vanificate, nelle sue lettere: «L’altro giorno vidi una savia giovane in una chiesa, e me ne ero alquanto invaghito… Che cosa mi consiglieresti? Di prenderla in sposa o di restar nubile?». E ancora: «Dopo ch’io vidi questa seducente creatura, passo i miei giorni nella tristezza, combattuto da mille penose idee». E ancora: «È bella come un angelo, educata da principessa, la giovine diverrebbe volentieri mia sposa … pensi che dovrei decidermi?». Benché Paganini non fosse preceduto da buona fama, la letteratura prevalente che lo riguarda parte più o meno dal 1828, quando la sua mirabolante tournée lo fece trionfare in tutta Europa fuorché in Russia e negli Stati Uniti, dove non riuscì a recarsi perché le sue condizioni di salute non glielo permettevano.

Era questo il peggiore segreto che nascondeva: la sua malattia, quel morbo autoindotto che da ometto macabro e stravagante l’aveva trasfigurato nell’immortale Lucifero del pentagramma. Nicolò Paganini aveva 6 anni quando fu dato per morto per un semplice morbillo: stavano per sotterrarlo vivo ed era già avvolto nel sudario, solo un piccolo sussulto lo salvò da esequie premature.

Durante l’infanzia soffrì per la sua pelle ipersensibile che in ogni stagione lo costringeva a coprirsi pesantemente e a patire malanni da raffreddamento: dopodiché la corrispondenza del violinista allude a problemi di salute soltanto a partire dal 1820, lui trentottenne. In quel periodo lo affliggeva una tosse cronica e stava già perdendo peso. In altre parole, era iniziato il lento e inesorabile assassinio cui fu sottoposto da parte dei medici. Uno specialista palermitano, giusto in quel periodo, gli prescrisse dei lassativi che progressivamente cominciarono a devastarlo.

Poi, nel 1823, la sua cattiva fama di dongiovanni fece interpretare la sua tosse e l’aspetto cadaverico come i sintomi di una latente sifilide, malattia per curare la quale – come accadde per Mozart – al tempo veniva somministrato il mercurio in dosi che lo stesso Paganini definì «mortali». Siro Borda, un noto clinico dell’Ateneo di Pavia, gli diagnosticò genericamente una «vecchia infezione sifilitica» e per calmare la tosse gli elargì un altro geniale consiglio: fumare dell’oppio. Niente più vino, in compenso: solo latte d’asina. Diversi anni dopo si appurerà che la tosse era di origine nervosa, e che il colorito gli era naturale. Le conseguenze della terapia furono inarrestabili. Gli si infiammarono le mucose della bocca, i disturbi gastrointestinali non si contarono e iniziarono a cadergli i denti.

Una mattina, entrando in casa di Paganini, fui colpito da suoni prolungati e lamentosi provenienti dalla sua camera da letto: sembrava di riconoscere una fanciulla che stava per essere assassinata. Aprii la porta e vidi lui che suonava il violino. Non dimenticherò mai la sua espressione quando si fece cavare tutti i denti… terribile… scoppiò in un riso lungo e continuo… il sangue gli colava dagli angoli della bocca.

Il racconto è dello scultore David d’Angers, autore di un busto di Paganini rimasto celebre. E il suo pare soltanto il resoconto della visita a casa di un pazzo e di un masochista, non di un infermo. Il volto del violinista, quale che fosse la verità, in ogni frangente ridiventava soltanto una caricatura su uno sfondo di demoni e streghe.

Non saprei descriverti la mia sofferenza. Chiamati quattro professori i più celebri, e unisoni al consiglio, mi posi su una sedia fermo come una statua ed essi operarono armati di grosso ago, temperini e forbici. Indi mi cavarono tutti i denti. La mia trepidezza sorprese i professori, e si spera che l’osso cariato procureranno di estrarlo onde ristabilirmi presto, ché questa popolazione smania di sentire il mio violino.

Queste invece sono parole di Paganini in una lettera scritta all’avvocato Luigi Germi il 20 ottobre 1828, anno della partenza per la tournée europea e periodo in cui il violinista era già ridotto alla sagoma che fu immortalata. Oltre ad aver perso tutti i denti inferiori, tanto che in privato era costretto a portare una benda che gli sorreggeva la mandibola dolorante, la vista gli era nettamente peggiorata ed era costretto a portare delle lenti scure (in realtà blu) che lo proteggevano dal sole e dalle luci della ribalta; il pallore si era fatto addirittura «grigiastro» e lo stesso musicista ammise d’esser diventato «molto brutto». È questo il Paganini che si affacciava sul proscenio viennese.

L’avvelenamento cronico da mercurio si accompagnava a indubbi effetti sulla psiche, ciò che in gergo tecnico era chiamato «eretismo»: significava che il tremito prendeva il sopravvento e che il carattere dell’intossicato si faceva fobico, solitario, apatico, depresso, bastava un niente per cedere al nervosismo e per trasalire a fronte di rumori improvvisi, la vista diveniva «a galleria» ed escludeva ciò che non era ben stagliato davanti allo sguardo. Ecco dunque le movenze a scatti di Paganini, la comica animalità del Satanasso, le grottesche riverenze della nera marionetta; ecco dunque le sue famose «mani tremanti» che i pettegolezzi descrivevano come lo sgomento dell’ateo al cospetto di Dio.

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