Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

A nulla servì l’aver fatto pubblicare testimonianze ufficiali a dimostrazione che non era mai stato in prigione. Neppure servì, a por fine alla storia della morte della madre, la pubblicazione di una lettera per dimostrare che era ancora viva. Il Paganini diabolico germogliò su un terreno già fertile.
Un certo romanticismo intravedeva zolfi dietro ciascuna genialità umana, e l’associazione tra violino e inferi, come visto, era ricorrente: Mefistofele lo suonava vorticosamente nel Faust di Goethe e un’antica favola russa, poi musicata da Igor Stravinskij, raffigurava un soldato che cedeva lo strumento al diavolo. Anche i fratelli Grimm avevano raccontato qualcosa del genere.

Poteva essere normale, dunque, che circolassero vignette e quadretti in cui il musicista era raffigurato come un demonio circondato da streghe e demoni. Però qui si andava oltre. E non solo perché c’erano critici musicali serissimi che erano disposti a giurare d’aver visto Satana guidargli l’archetto: Stendhal insisteva nel dire che Paganini avesse imparato a suonare «non dopo otto anni di conservatorio, bensì per un errore amoroso che lo aveva gettato in prigione per molti anni». La storia fu anche perfezionata: dicevano che l’unica corda del suo violino, in galera, era stata strappata dall’intestino di una ragazza che aveva assassinato.

Il problema è che a propiziare il mito demoniaco di Paganini contribuì direttamente lui, e che molte leggende, anche quando non vere, avevano comunque un fondo di verità. In effetti era lui a presentarsi agghindato a quel modo, a incoraggiare i parossismi del pubblico con atteggiamenti e posture, a suonare Le streghe come pezzo forte del suo repertorio, ad avvolgere ogni esecuzione nel segreto. Era lui a raccontare di non aver bisogno di esercitarsi («l’ho fatto abbastanza nella mia giovinezza») e a non pubblicare le sue opere interpretate oltretutto con un violino insuonabile.

Era lui ad aver cercato di dimostrare l’esistenza in vita di sua madre – analfabeta – con una lettera falsa, come si appurò successivamente. C’era del vero anche nella faccenda della carcerazione. Paganini fece di tutto per nasconderlo, ma nel settembre 1814 frequentò e ingravidò una minorenne che l’anno successivo, il 24 giugno, diede alla luce una bambina morta. La ragazza si chiamava Angelina Cavanna e Nicolò fu imprigionato per ratto e seduzione di minore: dovette rifondere danni salatissimi.

Le voci sul suo imprigionamento, distorte a dovere, partirono da qui. Orgoglioso com’era, lui non smentiva, reagiva a modo suo: «Per vendicarmi» scrisse «protesto d’incarire vieppiù il biglietto d’ingresso alle Accademie che darò nel resto d’Europa». A complicare le cose c’è che in tutte le biografie di Paganini, anche le più accurate e moderne, vi è sempre un vuoto di qualche anno: e fu dopo quel periodo che il virtuoso si manifestò in tutta la sua diabolica perfezione. Per discrezione che potesse essere la sua, Paganini ogni volta spariva e riappariva sempre più ossessivamente perfetto. È pure comprovata una propensione di Paganini al macabro e alla necrofilia. Fu l’alto magistrato Matteo Nicolò de Ghetaldi, in alcune lettere, a raccontare che il violinista nel 1824 suonava ogni notte al cimitero del Lido di Venezia, attorniato dagli sghignazzi e dai pianti del pubblico seduto sulle lapidi.

Altre volte il musicista fu visto recarsi negli ospedali ad assistere all’agonia dei colerosi. Il personaggio era così, un fondamentalista del romanticismo che incedeva nello scenario drammatico e abbacinato, nella vividezza del dolore e dello spasimo. E infatti non è questo, non sono questi i peggiori segreti che nascondeva. Nicolò Paganini fu il protagonista di una storia che può solo atterrire, se vista di spalle: e non v’è romanza più triste e disperata della sua.

Non è noto se davvero sua madre – il racconto è suo, di Nicolò – ebbe in sogno il Salvatore, il quale le avrebbe accordato quell’unica grazia: far divenire suo figlio un suonatore di violino. Ma è noto che di grazie non ne ebbe altre. Si può ritenere, come detto, che a favorire il mito demoniaco dapprima sia stato lui: l’uomo non difettò in dissennatezze e in risvolti conturbanti. Miserabile, abietto, sgradevole, privo di qualsiasi apparente requisito per imporsi in una società dominata dal sentimentalismo e dal pathos.

Autodidatta: ma costretto dal padrea impratichirsi sino a notte fonda. Genio: ma che si esercitava, di nascosto, ogni santo giorno. Paganini non era altro che il suo violino, e l’imparò presto. Incantò gli uomini come s’incantano i serpenti, nella sconsolata consapevolezza che a melodia cessata gli uomini e i serpenti sarebbero tornati più velenosi di prima. Paganini non fu incapace di amicizia: ne strinse di grandi con Rossini, con Schumann, con Spohr e con Mendelssohn. Non fu uno spilorcio: era attento alle piccole spese ma generoso nelle grandi, come dimostrò regalando la bellezza di 20.000 franchi al francese Hector Berlioz più altri 50.000 al suo avvocato e confidente Luigi Germi, denaro che oggi corrisponderebbe a decine di migliaia di euro.

Paganini non era inetto a ogni umiltà: tenne diversi concerti di beneficenza, diversamente da quanto sostenuto, e si inginocchiò pubblicamente davanti a Berlioz dopo un suo commovente concerto per viola. L’icona paganiniana, che da Vienna in poi fu immortalata diabolicamente nei disegni di Lyser, non contemplava la dolcezza e la tenerezza che il violinista dimostrava a suo figlio Achille, come riferito da testimoni che avevano libero accesso al camerino dell’artista. E quando Paganini ruppe con l’amante Antonia Bianchi, nel 1828, fu ben lieto di pagare i 2000 scudi da lei richiesti affinché rinunciasse a ogni rivendicazione sul bambino, ormai divenuto il centro della sua vita.

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