Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Eppure la serata d’esordio, complici i prezzi e lo snobismo dei viennesi, andò quasi deserta per tutta la prima parte: solo durante l’intervallo gli intervenuti gridarono al fenomeno e scandagliarono le locande e le vie impregnate dell’aroma del gulasch. Poco più tardi i vetturini con le loro bombette affollarono l’ingresso della Grande Redoutensaal e la sala fu piena, e totale il delirio. La polizia fu costretta a diradare la calca.

Vienna era anche la capitale del bel vivere e di ogni possibile tendenza, delle uniformi e del baciamano, dei manicotti di pelliccia e degli sguardi celati sotto le velette dei cappelli di piume, dei caffè con la panna tra specchi e velluti e delle cene col tacchino e il Borgogna: non aspettava, dopo anni d’attesa, che un nuovo idolo da venerare. Cosicché l’influenza di Paganini, di lì in poi, si allargò al quotidiano: cominciò la moda incontrollata degli scialli alla Paganini, quindi dei fazzoletti, dei guanti, dei cappelli alla Paganini, delle scarpe, delle tabacchiere, delle pipe alla Paganini, dei piatti, delle bistecche, persino delle frittate alla Paganini.

Nessuno, almeno sino all’avvento della musica leggera, avrà un successo paragonabile al suo. A differenza di personaggi come Oscar Wilde o George Brummel, però, Paganini non fece nulla per favorire tutto questo.
A parte, s’intende, suonare il violino. A Vienna propose il Secondo concerto con il suo concentrato di virtuosismi e passaggi tecnici irripetibili. L’Allegro maestoso, poi l’Adagio con la sua melodica semplicità, infine il Rondò della celebre «campanella». Come in Italia, gli applausi partirono dall’orchestra. La sua sentimentalità visionaria, oscura e istintiva, sfociava in un virtuosismo che appariva perfettamente disteso, naturale, svuotato di ogni sofferenza.

Le impressioni dei compositori dell’epoca si affiancavano alla consapevolezza che ogni destrezza poggiasse su un talento incommensurabile, tanto che Liszt e Schumann si prodigheranno per tradurre i ventiquattro Capricci paganiniani in versioni per pianoforte. Non tutte le reazioni parvero però compassate: Joseph Böhm, fondatore della scuola violinistica ungherese e ritenuto capace di suonare qualsiasi cosa, disse che Paganini era il più grande virtuoso di ogni tempo: dopodiché decise di non esibirsi mai più in pubblico. Un gesto che accrebbe la leggenda del genovese e la frenesia di carpirne il segreto.

Paganini sembrava nato per il violino. Aveva un orecchio assoluto e doti naturali combinate in maniera irripetibile, leggeva la musica a prima vista, accordava con un sistema tutto suo e con precisione elettronica, vantava interi repertori basati su una corda sola, con due dita intonava una melodia e con le altre l’accompagnava, così che i musicisti sembravano tre. In sostanza ebbe a inventare tutti gli espedienti che compongono il bagaglio del violinista moderno: mulinelli, scale picchettate, guizzi dall’alto al basso, passaggi tecnici che nel caso della sua letteratura – si pensi ai citati Capricci – rimangono irripetibili perlomeno con la pulizia e la velocità che prevedevano.

Solo i progressi della tecnica strumentale avrebbero permesso a pochi violinisti di cercare di emularlo. È la conformazione fisica di Paganini a essere irripetibile: le spalle strette ma forti, il tronco gracile, le braccia smisurate, le dita a ragno, una spalla più alta dell’altra a furia di suonare con lo strumento rivolto verso il basso, all’italiana, alla Paganini. Per non parlare della sua mano sinistra, oggetto di studi anche ridicoli e farlocchi: è perlomeno assodato che il violinista era in grado di flettere lateralmente le falangi delle dita e di piegare il pollice sul dorso della mano sino a fargli toccare il mignolo; arrivava a coprire tre ottave di violino e si è ipotizzato che la sua straordinaria duttilità fosse favorita anche da qualche particolare malattia (sindrome di Marfan, sindrome di Ehlers-Danlos) per quanto resti probabile che a facilitare l’eccezionale elasticità dei suoi legamenti sia stato l’esercizio cui si sottopose sin dall’infanzia.

Il mantenimento di questa flessuosità, secondo testimonianze anche dirette, erano ore di pratica quotidiana che la vanità di Paganini tendeva a negare. Anche perché tutto questo, un qualche prezzo, doveva pur averlo. E l’impietosa società ottocentesca cominciò a chiedersi come Paganini l’avesse pagato. Scrisse Ole Bull, un violinista norvegese che conobbe e apprezzò il musicista: A Vienna su di lui circolavano dicerie di ogni genere. Si diceva che quando sua madre stava morendo, egli le fece alitare l’ultimo respiro sul suo violino; che egli era un criminale che aveva trascorso molti anni in prigione, avendo per unico compagno il violino; che aveva gradualmente consumato tutte le corde salvo la quarta, di qui l’abilità nell’eseguire qualsiasi brano su quella corda.

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