Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Ma poi la gente impazziva: capitava che l’orchestra smettesse di suonare e si unisse al pubblico per applaudirlo. Le scene di isteria si moltiplicarono. La folla, dopo l’esibizione, lo seguiva sino all’albergo, mentre le gazzette non potevano sottacere il fascino che esercitava sugli uomini ma soprattutto sulle donne: e tante ne ebbe, anche famose, anche celebri. Si diceva che la citata Elisa Bonaparte «cadesse talvolta in svenimento al suonare di Paganini».

Si mormorava che anche la sorella Paolina Borghese, già libertina di suo, fosse caduta nella rete. Il tutto si mischiava a dissolutezze d’ogni sorta – Paganini era un affezionato fumatore d’oppio – che certo non scoraggiarono l’attrazione femminile verso di lui, tanto che non mancarono teorie che associano gli armonici del violino a cadute verticali delle inibizioni. Per scriverla come fece la «Gazzetta di Genova»: «Esercita un potere sì magico sugli uomini … Si presenta, si pianta in mezzo solo, e lo diresti un Apollo». Non lo era. Per dirla con Jeanne de Valois, già contessa de La Motte: «Ero affascinata, non vedevo più la sua bruttezza, mi parve d’esser trasportata in un altro mondo».

Ma era un mondo che incominciava a insospettire. Le associazioni tra Paganini e il demonio si insinuarono sempre più maliziosamente e si favoleggiò che per suonare adottasse tecniche ignote e misteriose. Ogni tanto gli orchestrali cercavano di esaminare il suo strumento – uno Stradivari, poi un Guarneri del Gesù – per carpire qualche segreto, ma ogni volta lo trovavano scordato e impossibile da suonare. Si suppose che Paganini avesse inventato una propria accordatura o che fosse capace di cambiarla in corso d’opera, e c’era del vero. Era sua abitudine distribuire le partiture solo immediatamente prima delle prove salvo ritirarle subito dopo: oltretutto vi comparivano solo i passi per l’orchestra, degli assoli non c’era traccia.

Paganini suonava a occhi chiusi. È anche per questo che le composizioni che il violinista diede alle stampe non superarono i cinque numeri d’opera: quelle che non volle mai pubblicare, le più importanti, dovevano essere eseguite soltanto da lui. Una sua certa altezzosità mista all’ossessivo timore di essere copiato – al tempo non esistevano tutele legali – è anche all’origine dell’abusata espressione «Paganini non ripete», parole che il violinista fece riferire al governatore del Teatro Carignano di Torino, Carlo Felice, che gli aveva fatto chiedere di ripetere un brano.

Finì male: gli proibirono di eseguire gli altri concerti che aveva in programma in città. Poco male, il nome e la fama di Paganini avevano travalicato i confini nazionali: da anni si favoleggiava di questo funambolo dell’archetto e gli inviti fioccavano da tutta Europa. Nel 1826 il violinista ebbe un figlio dalla sua amante Antonia Bianchi – lo chiamarono Achille – e fu lei a convincere il violinista a cedere alle lusinghe che il cancelliere Metternich gli rivolgeva da tempo. E così, bimbo al seguito, partirono per una tournée interminabile che l’avrebbe portato in Austria, Germania, Polonia, Francia, Inghilterra, Scozia e Irlanda.

Paganini era nel pieno della sua maturità artistica – anche un poco oltre – e il successo fu tale che non mancarono scene isteriche, svenimenti, fanatismi da concerto rock. A Londra, a furia di repliche alla Royal Opera House, giunse a guadagnare in poco tempo 6000 sterline di allora (circa 725.000 euro) anche se passò un guaio perché cercò di fuggire con una diciottenne, come meglio vedremo. Nei teatri tedeschi vigeva l’obbligo «di non dare alcun segno di approvazione o disprezzo allorché è presente la Corte» ma la regola fu frantumata. Nel giro degli accademici fu vinta ogni diffidenza ma non smise di serpeggiare anche una certa inquietudine.

Il severo Adolph Bernhard Marx, docente di teoria musicale all’Università di Berlino, la riassunse così:

Gli elementi esteriori del suo stile sono il risultato di un impossibile tour de force e sono per lui una vera inezia. Ma ad affascinare gli uditori è la poesia interiore della sua fantasia che prende forma davanti ai nostri occhi. Quello non è più violino, non è più musica, ma stregoneria.

L’impatto fu devastante soprattutto a Vienna, indubbia capitale della musica e del mondo occidentale. Non era ancora la metropoli della Sachertorte e del Prater con la sua Ruota panoramica, ma i fasti dell’impero asburgico già bussavano coi loro pomposi palazzi affacciati sul Ring, i castelli fiabeschi, i fruscianti vestiti che sagomavano migliaia di donne nella città con la più alta concentrazione di teatri, auditori, sale da ballo e negozi di spartiti e strumenti musicali. I biglietti per il primo concerto di Paganini, previsto alla sala da ballo imperiale, furono venduti a cinque volte il loro prezzo corrente, al punto che si diffuse il vezzo di indicare la banconota da cinque fiorini come un «Paganiner».

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