Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Franz Schubert, che nell’ascoltarlo ebbe una crisi di pianto, disse: «Durante l’adagio ho sentito cantare un angelo». Fryderyk Chopin parlò di «perfezione assoluta». Franz Liszt lo definì «insuperabile». Robert Schumann ammise che «mai fu dato di ascoltare un fenomeno del genere». Giacomo Meyerbeer concluse che «dove terminano le nostre facoltà razionali, incomincia Paganini». Un gelido illuminista come Ludwig Rellstab così descrisse un concerto berlinese del 1829:

Ieri Paganini ha suonato per la prima volta. È stato accolto con un applauso moderato e molti tradivano troppo chiaramente un’antipatia verso di lui, disprezzato dagli eroi locali del canto declamatorio perché connazionale del nemico Rossini. Ma poi, dopo il primo assolo, esplose un fragore al cui confronto ogni ovazione deve essere considerata debole. Fu un’esultanza quale raramente si è sentita in un teatro, e mai nelle sale da concerto. La partecipazione crebbe. Il suo adagio non è che una piangente melodia, ma mai in vita mia ho sentito piangere in questo modo. Era come se il cuore straziato di quest’uomo malato si aprisse sfogando tutta la sua pena. Che cosa sono mai tutte le musiche per violino suonate sinora? Non sapevo che la musica potesse creare suoni del genere. Non appena si levò il trillo finale fu come se l’applauso di prima non si fosse neppure sentito, non poteva neppure essere paragonato con questo. Le signore si sporsero dalla galleria, gli uomini montarono sulle sedie per vederlo e invocarlo. Non ho mai visto i berlinesi comportarsi così.

L’impressione che mi ha fatto non è stata comunque benefica: vi è qualcosa di demoniaco, il Mefisto di Goethe avrebbe potuto suonare il violino come lui. Tutti i grandi violinisti che avevo ascoltato in precedenza possiedono uno stile personale che può essere individuato, ma Paganini è un’altra cosa: è l’incarnazione del desiderio, dello sdegno, della pazzia e del dolore. Il violino è semplicemente lo strumento attraverso il quale egli esprime se stesso. Avrei fatto volentieri a meno di ascoltarlo, ho perso per sempre il piacere di ascoltare i migliori solisti. Beato colui che non ha ascoltato Paganini: ma il suo ricordo non lo darei via per nessuna cosa al mondo. E se considero bene la cosa, allora sono costretto a dire: infelici coloro che non lo hanno ascoltato.

Nicolò Paganini nacque a Genova il 27 ottobre 1782. A dispetto di lunghi epistolari da lui tenuti per tutta la vita – nei quali si parla perlopiù di soldi, anzi di palanche – la sua biografia resta abbastanza incompleta e le sue tracce spesso si perdono a margine di tournée in cui arrivò a tenere centocinquanta concerti all’anno, questo in città e nazioni diverse.
La sua vita disordinata e la sua propensione a mentire non hanno migliorato le cose, cosicché non manca qualche vuoto imbarazzante che ha favorito racconti anche troppo romanzati: separare realtà e invenzione tuttavia non pare impossibile, perlomeno oggi. Suo padre, uno spedizioniere appassionato di musica, lo avviò al violino quando aveva 7 anni: «Nel giro di pochi mesi» dirà Nicolò «ero in grado di suonare a prima vista qualunque pezzo».

A dispetto di un paio d’insegnanti che s’affacciarono per un breve periodo, in pratica fu autodidatta: e fioccano le leggende su quanto il padre lo obbligasse a esercitarsi. Otto, dieci, dodici ore al giorno: «Mi costringeva con la fame» dirà lui. A nove anni diede il suo primo concertino e a diciotto padroneggiava il violino in maniera così perfetta che saltò il conservatorio e divenne musicista alla Corte di Lucca. Tornato provvisoriamente a San Biagio nella casa di campagna del padre, a 19 anni, si dedicò spasmodicamente alla chitarra e compose opere e sonate mai pubblicate: è probabile che l’esercizio con le sei corde abbia favorito la sua impareggiabile abilità sulla tastiera del violino.

Nello stesso periodo Nicolò si appassionò all’agricoltura lavorando assiduamente nell’orto del casolare, non sapendo che quello stesso terreno, una quarantina d’anni dopo, avrebbe provvisoriamente accolto le sue spoglie mortali. Più o meno nel 1802 Nicolò decise di emanciparsi una volta per sempre dalla figura paterna: sulle date precise, e su quanto tempo cioè si fermò a Lucca e a Parma e poi ancora a Genova, ogni biografia racconta la sua. Sta di fatto che Paganini, a vent’anni, percepiva già 200 lire a sera quando un normale musicista ne prendeva 15.

I suoi concerti furono particolari da subito: suonava quasi sempre melodie di sua invenzione (quelle d’altri le copiava e storpiava, vi improvvisava sopra come un jazzista) e ogni volta giocava col pubblico, l’ipnotizzava, imitava il verso degli animali e produceva suoni comunque incredibili. Il musicista, soprattutto in quegli anni, non negherà d’essersi lasciato andare a una vita di eccessi tra musica e donne e gioco d’azzardo: nessuna traccia in compenso di ombre demoniache o di stregonerie varie, anche perché era un periodo di guerra e di fame – le truppe napoleoniche occupavano Genova – e la gente cercava le varie creature della notte, tipo gatti e topi e pipistrelli, perlopiù per mangiarsele.

Non è chiaro dove Paganini passò i primi anni dell’Ottocento – una lacuna che pagherà cara, come vedremo – ma è sicuro che dopo il 1805 era già un semidio del violino. Sino al 1813 seguì la corte della sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte, con la quale si spettegolava avesse una relazione; sicuramente si divertì con le varie cortigiane. A Torino fu invitato a suonare nel castello di un’altra sorella di Napoleone, Paolina Borghese. Dopodiché si avviò a conquistare l’Italia e il mondo. Un artista che avesse voluto occuparsi solo di musica strumentale, nel paese del melodramma, aveva poche speranze: altri violinisti di talento avevano già dovuto emigrare.

Lui però era Paganini. Certo i concerti erano diversi da come spesso li immaginiamo: «Tra la prima e la seconda parte del concerto» si poteva leggere su locandine tutt’altro che cerimoniose «vi sarà l’estrazione della tombola». Si annunciavano per esempio «Variazioni per la sola quarta corda eseguite dal rinomato professore Paganini» o ancora una «Scelta overtur [sic] a grande orchestra», anche se l’autore delle musiche non era nemmeno citato.

L’ammonimento più importante lo si leggeva in fondo: «Niuno potrà entrare se non sarà munito del viglietto». Il violinista affinò la sua tecnica, ampliò il suo repertorio e girò tutte le città d’Italia con la sua carrozza scura e foderata di cuoio: teneva le tendine tirate e, come bagaglio, gli bastavano una vecchia cappelliera e una logora custodia per violino; nessun libro, solo un quaderno rosso con i conti delle entrate e delle uscite. Anche per questo lo giudicarono un inguaribile pitocco. Non c’era uditorio che non ne fosse inquietato e che non lo detestasse, prima che alzasse l’archetto.

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