Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Ma fu il veneto Giuseppe Tartini, dopo di lui, a rafforzare l’immagine dei violinisti in combutta con Satana. La sua storia è suggestiva. Figlio di un nobile religioso, a Tartini fu impartita un’educazione ecclesiastica anche se abbandonò presto ogni proposito di indossare l’abito talare; cominciò a studiare e a insegnare il violino ancorché le sue vere abilità fossero tirare di scherma e ficcarsi nei guai: meno che ventenne sposò segretamente una sua allieva che aveva però il difetto di essere figlia di un dipendente dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Giorgio Cornaro, uno che certo non vedeva quelle nozze di buon occhio.

Perseguitato, il ragazzo dovette abbandonare Padova e rifugiarsi in un monastero di Assisi dove la serenità della vita monastica lo condusse tipicamente a un cambiamento caratteriale: gettò la spada e imbracciò il violino. Prese a suonare durante le messe celebrate ma celato dietro una tenda, così che eventuali emissari del cardinale non potessero riconoscerlo. Leggenda vuole che una folata di vento vanificò il mascheramento, ma che tutto finì bene: il cardinale Cornaro frattanto si era ammorbidito e così diede il consenso al matrimonio galeotto. Tartini riprese a vivere come una persona normale.
A Cremona scovò Antonio Stradivari e gli divenne amico. Comprò uno strumento magnifico, poi noto come Lipinski, e si avviò a divenire il più grande violinista del suo tempo. La sua composizione più celebre, però, è legata a un racconto reso noto nel 1769:

Una notte del 1713 sognai di aver fatto un patto col diavolo. In cambio della mia anima, tutto sarebbe andato secondo i miei ordini. Il mio nuovo servitore anticipava tutti i miei desideri. Pensai di passargli il mio violino per vedere come se la cavava, e grande fu il mio stupore quando sentii una sonata così unica e bella, eseguita con una tale superiorità e intelligenza che non avevo mai udito nulla di simile. Non avevo mai neppure immaginato che potesse esistere una musica così incantevole. Provai un senso di piacere – di rapimento, di sorpresa – talmente intenso che mi sentii mancare il respiro: la forza di questa sensazione fece sì che mi risvegliassi all’improvviso. Il pezzo che composi, e che chiamai Il trillo del diavolo, è di fatto il migliore che io abbia mai scritto, ma non è neppure lontanamente paragonabile a ciò che avevo ascoltato in sogno.

Il primo e autentico virtuoso dell’archetto fu invece Giovanni Battista Viotti, un piemontese che cambiò per sempre il modo di suonare il violino. La sua tournée europea fu sfolgorante. Quando passò da San Pietroburgo – Viotti era un bell’uomo, elegante e affascinante – non poté sfuggire alla cinquantenne Caterina la Grande, la cui predilezione per i giovincelli era ben nota; l’imperatrice era legata al poco più che ventenne Aleksandr Lanskoj, ma l’infedeltà per lei non era mai stata un problema. Il rapporto durò qualche tempo. Non era la prima volta che Caterina amoreggiava con un musicista italiano: aveva già avuto una relazione col violinista Antonio Lolli prima che un epilogo tragicomico mandasse tutto all’aria.

Il capo della polizia zarista, infatti, aveva frainteso un ordine di Caterina affinché il cocker spaniel di corte, chiamato Lolli pur esso, fosse impagliato e conservato in una teca di vetro. Chiarito l’equivoco, Lolli – Antonio – se l’era comunque data a gambe. Viotti, nel marzo 1782, decise di passare per Parigi. Quando si seppe che avrebbe suonato al celebre Concert Spirituel, il principale palcoscenico dell’epoca, il pubblico sciovinista affilò per bene i coltelli: i parigini erano profondamente diffidenti verso i musicisti del Belpaese e figurarsi verso il violino, strumento italiano per definizione. Il conservatorismo francese non aveva retto il passo dei Corelli e dei Tartini, ma Viotti ruppe l’argine e paralizzò il Concert Spirituel con la ricchezza espressiva del suo immancabile Stradivari. Il suo stile fu presto imitato dai violinisti di tutta Europa.

L’italiano fu il primo a usare l’archetto ideato da François Tourte – più o meno identico a quello usato oggi – e la sua fama si eclissò soltanto nei giorni della Rivoluzione francese, quando il suo nome finì sul libretto dei nemici del popolo e rischiò di essere decapitato. Dovette fuggire a Londra.

Ma sin qui abbiamo scherzato, ci siamo fermati alla preistoria del virtuosismo: sono facezie in confronto all’apparizione di una figura che resta inspiegabile al di là di ogni leggenda, di ogni furore ottocentesco, dei fiumi di parole che furono usati per descriverla. Ci provò Heinrich Heine, il maggior poeta tedesco del tardo romanticismo:

Finalmente sul palco comparve una figura scura che sembrava sorta dall’inferno. Era Paganini nel suo abito nero: la marsina nera e il panciotto nero, di un taglio atroce, come forse l’etichetta infernale li prescrive; i pantaloni neri ciondolavano paurosamente attorno alle sue gambe stecchite. Le lunghe braccia parevano allungarsi quando teneva in una mano il violino e nell’altra l’archetto, così in basso che quasi toccavano terra, mentre sciorinava al pubblico i suoi inchini incredibili. Nelle contorsioni angolose delle sue membra vi era una terribile legnosità e qualcosa di terribilmente animalesco, così che ci prese una strana voglia di ridere; ma il suo volto, che al chiarore della ribalta appariva ancor più cadaverico, aveva qualcosa di così doloroso e di così incredibilmente umile che una compassione terribile soffocava le nostre risate. Quello sguardo supplichevole era quello di un malato terminale o nascondeva lo scherno di un sordido spilorcio? O era un morto venuto fuori dalla tomba, un vampiro con il violino?

A Nicolò Paganini mancava tutto ciò che sembrava indispensabile per una qualsiasi carriera: era brutto, magrissimo e spettrale, addirittura spaventoso con quel volto livido e sdentato e cadaverico, il naso aquilino e sporgente, i capelli neri, gli occhiali neri, i vestiti neri, goffo nei modi, d’aspetto malaticcio, puzzava pure. Inoltre era ufficialmente maleducato, avaro, avido, senza cuore, burlesco nel suo inchinarsi come un burattino dell’inferno. Eppure c’era qualcosa di grandioso nella drammatica smoderatezza di questo musicista spuntato dai caruggi genovesi, l’unico in grado di imprimere nella storia della musica un segno di fuoco e di zolfo che nessuno avrebbe più potuto ignorare. Le esagerazioni e le caricature del periodo romantico sono cosa nota, ma lo sono anche le descrizioni che a Paganini furono riservate da critici e compositori già conosciuti per sobrietà.

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