Chi era Nicolò Paganini?

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

di Filippo Facci

Nelle ore del crepuscolo fu chiamato un prete che gli somministrasse l’estrema unzione, ma non si sa bene che cosa successe. A una prima visita, Paganini cercò di farsi intendere a gesti – era afono, come detto – ma probabilmente fu male interpretato, talché il prete, certo Caffarelli, se ne andò seccato perché il moribondo non riusciva a confessarsi. Sollecitato a tornare, trovò il musicista che cercava di scrivere i propri peccati su una lavagnetta, cosa che disorientò il canonico che se ne andò indignato e denunciò l’accaduto al vescovo di Nizza, monsignor Galvani. Mancò il tempo di rimediare: più tardi, dopo un violento colpo di tosse, Paganini morì.

Un giornale francese scrisse che prima di andarsene il musicista aveva fatto le improvvisazioni più straordinarie della sua vita. Il prete raccontò che il morente aveva rifiutato i sacramenti. Una sciocchezza, dato che il problema era stato meramente tecnico e che Paganini non aveva mai omesso di considerarsi un cristiano osservante: nel recente testamento, pure, si era raccomandato «all’infinita misericordia del Creatore» e aveva ordinato che fossero celebrate «cento messe dai padri cappuccini».

L’animosità delle sfere ecclesiastiche tuttavia non ripiegò e i pettegolezzi ebbero la meglio. Furono accolte solo testimonianze a sfavore, comprese quelle della cuoca di Paganini e del suo amante.

Decisivo, così pare, fu il riferimento del prete Caffarelli ad alcuni «disegni licenziosi» appesi alle pareti; si appurerà che trattavasi di una stampa di Leda col cigno di Leonardo da Vinci, databile all’inizio del Cinquecento. Il vescovo dichiarò perciò «empio» il defunto (impuro, profanatore, che manifesta uno spirito malvagio) e gli fu negata la sepoltura in terra benedetta. Alla stampa fu vietato di citarne persino il nome. Intanto il conte di Cessole, amico del violinista e nominato tutore del figlio Achille, incaricò uno specialista affinché imbalsamasse la salma, che poi rimase per due mesi nella stessa stanza del decesso. Il cadavere, nella sua logora finanziera da virtuoso, giacque in una bara non saldata con una lastra di vetro all’altezza del volto.

Si dovette respingere l’offerta di un commerciante di oggetti usati che chiedeva di poter esibire il corpo in Inghilterra. Intervennero le autorità sanitarie per ordinare la rimozione del corpo: fu sistemato nella cantina del conte di Cessole in attesa di spedirlo a Genova. Nel frattempo Achille e pochi amici si industriavano per far revocare il decreto del vescovo: inoltrarono petizioni alle autorità genovesi e al ministero degli Interni, ma niente da fare. Stato e Chiesa sembravano irremovibili e proibirono anzi «qualsiasi articolo relativo a Paganini», tanto che anche i necrologi vennero pubblicati soltanto all’estero. La vicenda restò senza approdo per un po’ di tempo. Un nuovo ricorso presentato al Senato di Nizza rimase lettera morta.

Si decise di rivolgersi direttamente al papa e un noto legale genovese si presentò in Vaticano in compagnia di Achille: il pontefice scaricò sull’arcivescovo di Torino. La salma non poteva certo restare in eterno nella cantina del conte, così fu trasferita a Villefranche-sur-Mer, in un lazzaretto usato come deposito del pesce. Gruppi di curiosi cominciarono a sfilare e a fantasticare che nei pressi della bara, di notte, s’intravedevano figure sataniche e si udivano musiche spettrali. Anche per questo il corpo venne spostato e provvisoriamente seppellito accanto a un oleificio, i cui rifiuti però imbrattarono la tomba.

Nel 1844 l’interessamento del re, Carlo Alberto, smosse in parte la situazione e autorizzò perlomeno il trasporto civile in Italia, questo a patto che «nell’arrivo del detto cadavere si eviti, per quanto possibile, ogni pubblicità, e si tenga la cosa celata al pubblico». Il viaggio doveva rimanere segreto come un’operazione di controspionaggio. Il 17 aprile venne rilasciato un certificato che autorizzava la traslazione, ciò affinché potesse «trovarsi questo cadavere preparato in modo tale a non poter arrecare danni a niuno». Danni. Il cadavere. La bara fu portata nell’interno genovese, in Val Polcevera, a San Biagio, sotto la terra dello stesso orto che il giovane Nicolò aveva zappato quarant’anni prima.

Per poter traslare i resti definitivamente a Parma, frattanto, Achille si era rivolto direttamente a Maria Luisa d’Austria, e per oliare il clero aveva organizzato anche una messa riparatrice. Maria Luisa, che a Parma era duchessa regnante, diede il benestare purché lo desse anche il vescovo, e pareva fatta. Restava inteso che l’inumazione doveva avvenire in terra sconsacrata. Le autorità genovesi autorizzarono il trasporto nella provincia parmense, a Gaione, dove ci fu una nuova sepoltura provvisoria nella sagrestia della parrocchia. Il corpo, però,vi rimase parcheggiato per i successivi trentadue anni: solo nel 1876, quando Achille ne compì giusto cinquanta, fu reso ufficialmente noto il parziale annullamento del decreto del vescovo di Nizza.

Le spoglie di Paganini furono finalmente interrate nel cimitero di Parma, nella tomba di famiglia. E sembrava finita davvero. Ma il violinista praghese Frantisek Ondricek, nel 1893, chiese e ottenne di poter visionare la salma o ciò che ne restava, questo nell’ossessiva convinzione che vi fosse un nesso tra la fisionomia e il talento. Si ritrovò a scrutare un mucchietto di ossa. «Mi resta solo la speranza» aveva scritto Paganini durante i suoi ultimi giorni «che dopo la mia scomparsa finiscano le calunnie, e che quanti mi hanno crudelmente criticato, per il mio successo, lascino riposare le mie ceneri.»

Nel 1940, nel centenario della morte, venne disposta una nuova ricognizione. Mentre un fotografo si apprestava a ritrarre i resti di Nicolò Paganini – favoleggiarono le cronache – si scatenarono improvvisamente tuoni e fulmini, e il poveretto dovette fuggire terrorizzato.
E speriamo che sia vero.

***

Le pagine precedenti sono tratte da Misteri per orchestra, il nuovo libro di Filippo Facci, in uscita per Mondadori.
Giornalista e scrittore, Facci scrive per Libero, ha collaborato con il Foglio, il Riformista e Grazia ed è un blogger del Post. È autore di Di Pietro, La storia vera.

 

foto di DON EMMERT/AFP/Getty Images

« Pagina precedente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10