Il pane di una volta al Grande Fratello

In un nuovo libro Antonio Pascale riflette sul successo del "sapere nostalgico"

Ora, in Italia questo atteggiamento è stato per lungo tempo specifico della destra: l’idea di tradizione come patrimonio di antichi saperi. Il concetto di mito, di arcaico, la difesa del territorio. Autarchia, insomma, un concetto imparentato con il sapere nostalgico: il valore è nel passato. È dai tempi del fascismo che l’Italia fonda una parte del suo immaginario sul concetto di autarchia: possiamo (dobbiamo) farcela da soli perché il mondo fuori ci è nemico. Dunque è necessario sfruttare appieno le nostre potenzialità, il nostro ingegno italico, impegnarci e portare avanti i prodotti e i beni di consumo, rifiutando quelli stranieri. Lo straniero, infatti, è un barbaro che corrompe usi e costumi consolidati, i nostri beneamati mores.

Questa visione del mondo (visione, tra le altre, che il fascismo utilizzò durante il ventennio, solo per tenere buoni i contadini e manipolarli meglio) è stata poi esportata a sinistra. Può darsi che Pasolini abbia una parte di responsabilità; di sicuro la sinistra ha cominciato a rimpiangere. Per evitare di fare i conti con la sconfitta e di elaborare un nuovo piano strategico con dettagliata analisi costi-benefici, ha preferito mettere su un triste teatrino con due attori: da una parte il valore della tradizione e dall’altra la corruzione della modernità. La sinistra si fa carico di ospitare la resistenza, intesa come trincea all’interno della quale si conservano valori ancorati a un lontano passato. A cosa si resiste? Alla globalizzazione, per esempio.

Pertanto va a finire che la tradizione è sempre millenaria, e dunque carica di significati, e la modernità e la globalizzazione che segue è sempre omologante e corruttrice di antichi saperi. Sono discorsi che solo vent’anni fa quelli di noi che erano di sinistra avrebbero respinto perché, appunto, considerati di destra e pure un po’ fascisti; ora invece fanno tendenza, e allora ci tocca assistere allo scontro epico tra la musica popolare, i cibi genuini, i piccoli contadini, i locali biologici, contro le multinazionali, il grande mercato, il complotto economico.

Il risultato più immediato ed evidente di questo atteggiamento? Prima di tutto la difficoltà a esaminare questioni complesse. La modernità è variopinta e pone parecchi problemi, spesso di nuova fattura. E purtroppo la risposta più immediata che i pensatori nostalgici ci regalano è un senso di scoramento, di dannazione: quindi il futuro smette di far parte del nostro disegno di vita, anzi diventa un territorio maledetto.

Credere nel futuro, oggi, è un paradosso: il futuro è opposizione a tutti quegli strumenti che potrebbero regalarci un futuro migliore.

Una conseguenza del sapere nostalgico: gli gnomi lavorano, gli intellettuali rimpiangono

Che spiacevole sensazione: il mondo oggi se migliora non migliora per il contributo degli intellettuali; sembriamo tutti, infatti, troppo afflitti, depressi e incupiti dalla modernità. Insomma, il mondo avanza grazie alle misurazioni che modesti gnomi cercano di produrre, magari di notte, in silenzio, mentre gli intellettuali di giorno tendono a ragionare, spesso accecati dalla luce. Allora un dubbio: ma i nuovi intellettuali, ovvero i tragici misuratori, sono gli gnomi?

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