Il pane di una volta al Grande Fratello

In un nuovo libro Antonio Pascale riflette sul successo del "sapere nostalgico"

C’era una volta, quindi, un mondo popolato da simpatici indigeni. Popolari e dunque non borghesi. Gli indigeni incorrotti incarnavano, come nel perfetto spirito romantico, un’idea pura. I rapporti erano selvaggi ma sani; si era forse soggetti alla fame o all’ignoranza, ma meglio l’ignoranza popolare che quella borghese, chiosava Pasolini. Insomma, gli indigeni incorrotti non erano viziati dai soliti e spregevoli meccanismi borghesi (niente mercificazione, niente alienazione).

L’idea di Pasolini oramai ha fatto scuola. Ma viene da lontano. Sono tanti i romantici che hanno di volta in volta individuato uno speciale valore di purezza, di forza, di incorruttibilità, in una persona oppure in una stirpe, o ancorain una nazione. Quello che non regge è proprio la struttura di questo pensiero. Molto debole. Nel caso di Pasolini potrei portare, per esempio, la mia testimonianza di napoletano, con svariati parenti che si perdono negli anni addietro, fino all’Ottocento: i tuareg o gli indigeni non li ho mai visti. E soprattutto quando ti rubano un portafoglio a tutto pensi (e maledici parecchi santi) tranne allo scambio di antico sapere.

Questo modo di pensare è facilitato sia dall’osservazione superficiale sia dalla sovrastruttura creazionista. Chiunque abbia letto Darwin rifiuta, infatti, il principio primo, ossia l’epoca incorrotta. È infastidito anche dall’ipotesi che “prima” fosse meglio di “oggi”. Non considera queste categorie, “meglio” e “peggio”, come specifiche proprietà del passato o del futuro, ma come il labile frutto di una situazione contingente. Chi abbia letto Darwin, infine, è purtroppo (tragicamente) cosciente che non si può ricominciare da zero, perché l’evoluzione lo impedisce: troppe complesse integrazioni e troppe imperfezioni ci dominano per pensare facilmente ad azzerarle. I nostri sogni non sono migliori di noi. Se non si può ricominciare da zero, nemmeno è possibile pensare a un “momento zero”.

Un intellettuale illuminista (e tragico) come Ernesto De Martino ha indagato con strumenti analitici diversi, e certo più profondi, la cultura contadina o popolare. Ne ha evidenziato le specificità e gli elementi che creavano dolore. Una cosa era certa: nella sua analisi essere contadino, povero, selvaggio, tuareg, indigeno ecc., non era certo una vocazione, ma una condizione. C’è di più. I contadini non si rassegnano ad essere tuareg. Se fossero davvero felici non si muoverebbero di certo dalle mitologiche braccia della natura.

In sostanza, il sapere nostalgico evita di confrontarsi con la mutazione, in quanto è l’idea stessa di mutazione a generare corruzione. Il sapere nostalgico rimuove il passato e al suo posto fa capolino un surrogato idealizzato. Ogni idealizzazione è generata, si sa, da una rimozione, e nell’esempio specifico del contadino la sensazione è proprio questa: abbiamo dimenticato in fretta quanto duro fosse quel suo mondo, e a quali tristi e misere condizioni fosse soggetto. Rimuovendo queste durezze e queste asperità, al loro posto sono spuntate immagini di copertura, e tutte fortemente idealizzate e pubblicizzate: contadini felici che vivevano nella più completa armonia con la natura, contenti al tramonto sotto una quercia. Il sapere nostalgico è dunque un inquinante perché tende a formare un mondo passato, perfetto e puro, che qualcosa o qualcuno successivamente avrebbe corrotto. Al sapere nostalgico, dunque, manca l’analisi.

Tuttavia, anzi proprio per questo, il sapere nostalgico ha il vantaggio di piacere al grande pubblico. Quelli che rimpiangono sono in costante aumento. È un paradosso: viviamo un’epoca nella quale è straordinariamente facile viaggiare, acquistare, informarsi, conoscere; nella quale il tempo libero è in aumento, abbiamo luce a disposizione e beni di consumo pronti all’uso. Perché noi che usiamo (o abusiamo di) tutti i prodotti della modernità, poi rimpiangiamo quello che è stato? È ormai una costante universale. I best seller di sicura presa sono quelli che ipotizzano un ritorno alle origini.

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