Il metodo Ingroia

Il procuratore di Palermo andrebbe criticato per come conduce i processi e non per i comizi, scrive Bordin

Antonio Ingroia è procuratore aggiunto a Palermo e magistrato molto in vista, anche per la sua attiva partecipazione al dibattito pubblico: qualche settimana fa ci furono molte polemiche riguardo il discorso pubblico che aveva rivolto durante una manifestazione contro il presidente del Consiglio, e ci si divise tra chi considerava inopportuna – per quanto di certo legittima – la partecipazione di un magistrato a un evento con chiari connotati politici, e chi invece non vedeva niente di male nel fatto che un magistrato contestasse apertamente il Governo durante un evento politico. Massimo Bordin, giornalista ed ex storico direttore di Radio Radicale, oggi sul Riformista firma un lungo articolo in cui spiega perché secondo lui, piuttosto che per i comizi, Ingroia andrebbe criticato per come conduce i processi di cui si occupa.

Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia è un magistrato mediaticamente molto noto e politicamente molto controverso. L’ultima volta che gli è capitato di raccogliere consensi entusiastici e critiche inferocite è stata quando è intervenuto con un appassionato discorso ad una grande manifestazione romana contro il governo e in particolare la riforma della giustizia annunciata da Berlusconi. È innegabile che qualche ragione i suoi accaniti detrattori l’avessero pure. Un comizio non si addice a un magistrato, l’immagine di imparzialità ne soffre. È pur vero che immaginarsi i magistrati come persone che vivono in una bolla di vetro è un’utopia.
È ancor più vero che i suoi sostenitori possono con qualche efficacia rintuzzare le critiche sostenendo che uno che lealmente espone le sue idee in una pubblica riunione è sempre meglio di un magistrato che intrattiene cordiali rapporti telefonici con intrallazzatori dai quali per di più si fa familiarmente chiamare Fofò.
E poi la questione della liceità del comizio di Ingroia al fondo delle cose tocca la questione della libertà di espressione che è sempre sgradevole limitare. In ogni caso è decisivo andare a vedere come Ingroia esercita la sua attività di magistrato inquirente, al di là delle sue opinioni sia pure espresse sotto forma di comizio.
Prima però è assolutamente necessaria una premessa. Ingroia è procuratore aggiunto a Palermo, non a Bolzano o in una tranquilla provincia del centro Italia. E sicuramente non è un inquisitore poco attivo nei confronti della mafia. In parole povere rischia la pelle per garantire la legalità. Tutto ciò merita rispetto e gratitudine. Ma non impedisce di criticarne, se del caso, l’operato.

Prendiamo una recente intervista televisiva rilasciata dal procuratore aggiunto ad Antonello Piroso. Il discorso cade sulla cosiddetta trattativa fra stato e mafia su cui la Procura di Palermo sta indagando. Il pubblico ministero evoca il ruolo del generale Mori nella mancata perquisizione del covo di Riina subito dopo la sua cattura. Il giornalista obietta che per quella vicenda il generale è stato processato e assolto. La replica di Ingroia, davvero singolare, è che «sì, certo che è stato assolto ma bisogna avere l’attenzione di leggere la motivazione: “il fatto non costituisce reato”. Dunque la sentenza non dice che Mori non ha fatto il favoreggiamento a vantaggio di Riina, dice anzi che l’ha fatto ma non costituisce reato». Che il favoreggiamento verso il capo della mafia possa tecnicamente non essere un reato è una possibilità che appare lunare anche a chi non è un docente di diritto penale. E infatti la sentenza sostiene un’altra cosa e cioè che l’aver aspettato a perquisire la casa di Riina non ha intenzionalmente danneggiato le indagini né favorito i mafiosi.

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