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  • domenica 3 Aprile 2011

Efraim Diveroli, trafficante d’armi internazionale a vent’anni

La storia di due giovani americani che si misero in guai grossi - per conto degli Stati Uniti d'America

di Giovanni Zagni

Il contratto da 300 milioni di dollari aveva finito non solo per mettere i due ragazzi l’uno contro l’altro, ma anche per creare loro nemici potenti. Dopo alcune denunce contro la AEY presentate al Dipartimento di Stato dai concorrenti nel commercio delle armi, a fine agosto del 2007 gli agenti federali ispezionarono gli uffici dell’azienda a Miami Beach e sequestrarono i computer.

Le email dei due ragazzi erano incredibilmente esplicite e dimostravano che erano perfettamente consapevoli di violare l’embargo. Non c’erano margini per negare: Packouz e Podrizki decisero di collaborare. Diveroli tenne duro, continuò a vendere munizioni cinesi in Afghanistan, e l’esercito, incredibilmente, continuò ad accettarle. Forse la storia si sarebbe sgonfiata e i ragazzi avrebbero evitato di essere incriminati per i reati maggiori, ma a marzo 2008 il New York Times pubblicò una lunga inchiesta che mise davanti all’opinione pubblica il traffico poco chiaro di armi che la AEY continuava a condurre per conto degli Stati Uniti. Fonte principale dell’inchiesta era Trebicka, che poco prima di morire aveva iniziato una crociata contro la corruzione nell’amministrazione pubblica del suo paese.

A giugno 2008, una giuria federale di Miami incriminò Diveroli, Packouz e altri due collaboratori dell’AEY per settantuno capi di imputazione, tra cui frode e cospirazione.

Epilogo
Nel gennaio del 2009 si concluse il primo dei processi. David Packouz fu condannato a sette mesi di arresti domiciliari dopo aver detto al giudice di essere profondamente pentito delle sue azioni. Diveroli, invece, fu condannato a quattro anni: nel corso del suo processo, anche sua madre e un rabbino locale dissero che il ragazzo di 23 anni si meritava di andare in prigione per un po’. Nessun funzionario pubblico ha dovuto rendere conto in tribunale di aver reso possibile la spedizione di armi cinesi da parte di un’azienda diretta da due ventenni.

Negli ultimi due anni, in attesa del giudizio definitivo in diversi processi, Efraim è rimasto a piede libero. Secondo il Miami New Times dell’agosto scorso, ha continuato a vendere armi attraverso almeno quattro nuove compagnie, tra cui la AmmoWorks, che concluse altri due contratti governativi per un totale di dieci milioni di dollari. Ad agosto scorso è stato arrestato di nuovo per aver tentato di vendere armi a dei compratori che si sono rivelati essere, in realtà, agenti federali sotto copertura. Solo il 28 marzo, meno di una settimana fa, l’esercito ha concluso l’esame della AEY e ha emesso il verdetto di interdizione definitiva e la sospensione dei suoi responsabili per un periodo variabile dai dieci ai quattordici anni.

Nella scena finale di Lord of War, Orlov è in piedi su una distesa di bossoli, in giacca e cravatta, per dispensare i suoi ultimi consigli. Ha perso tutto, figli, famiglia e dignità, ma non è intenzionato a smettere. Non ci sono segnali per credere che a Efraim andrà diversamente. Uno delle sue frasi preferite, che gli piace ripetere con la voce grossa quando è in vena di vantarsi, è «Venditore di armi una volta, venditore di armi per sempre».

Foto: AP Photo

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