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  • domenica 3 Aprile 2011

Efraim Diveroli, trafficante d’armi internazionale a vent’anni

La storia di due giovani americani che si misero in guai grossi - per conto degli Stati Uniti d'America

di Giovanni Zagni

I voli per Kabul cominciavano ad essere organizzati nei dettagli, partivano le prime spedizioni dall’Ungheria o dalla Bulgaria, la AEY assumeva persone trovate su internet o in sinagoga per dare una mano a sbrigare le pratiche. I due ragazzi si trasferirono nel lussuoso complesso del Flamingo, a Miami Beach, che oltre alla Jacuzzi, alle feste e alle grandi terrazze aveva l’attrattiva di essere la residenza del loro spacciatore, Raoul. Ogni tanto c’era qualche problema, che dà l’idea di quanto tutta questa storia sia incredibile e assurda. In Kirghizistan il governo russo cercò di intralciare le spedizioni e un aereo carico di quasi 5 milioni di munizioni per l’AK-47, partito dall’Ungheria, venne sequestrato sulla pista. La spedizione era una pedina di scambio in una situazione di stallo tra il governo della Russia e gli USA: Putin non vedeva di buon occhio che la NATO si espandesse in Kirghizistan, e il Kirghizistan voleva che gli Stati Uniti pagassero un affitto più alto per usare il loro aeroporto come tappa essenziale nel tragitto verso l’Afghanistan.

Così l’aereo di David e Efraim venne sequestrato dagli alleati di Putin nel Kirghizistan, e per ogni giorno di permanenza sulla pista il proprietario doveva pagare 300.000 dollari di multa. I due ventenni non erano lasciati a se stessi, però, e non ebbero bisogno di lasciare Miami per sbloccare la situazione: quando la notizia raggiunse Washington, partì in missione per liberare il cargo in ostaggio il Segretario della Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates.

La tranche più grossa del contratto riguardava decine di milioni di munizioni per l’AK-47. Nei termini dell’accordo, il Pentagono faceva capire chiaramente che la qualità dei materiali non era importante. Bastava che funzionassero, il nuovo esercito afghano non aveva bisogno di armi di ultima generazione. Sfruttando i contatti di Thomet, la AEY intendeva fare il grosso del rifornimento in Albania, che di munizioni per il Kalashnikov ne aveva ereditate così tante dalla dittatura comunista che il presidente albanese, tempo prima, era volato a Baghdad con la proposta di regalarne qualche tonnellata all’esercito americano.

Le munizioni venivano comprate da una società di comodo posseduta da Thomet, la Evdin con sede a Cipro, e girate poi all’AEY, una tipica operazione usata nel commercio di armi per mascherarne la provenienza. Ma c’erano due problemi. Primo: Diveroli aveva sbagliato a valutare l’aumento del prezzo del petrolio, che incideva parecchio sui costi di trasporto. Le pesanti casse in cui erano stoccate le munizioni in Albania erano di troppo. La AEY ottenne dal Pentagono l’autorizzazione a usare scatole di cartone. L’affare si complicava, e Efraim mandò a Tirana un altro dei ragazzi della sinagoga per trovare qualcuno che potesse produrre migliaia e migliaia di scatole di cartone per loro. Il secondo problema, più difficile da risolvere, era che le munizioni albanesi venivano dalla Cina. Erano state prodotte nelle fabbriche di Mao tra il 1962 e il 1974. Gli Stati Uniti avevano dichiarato un embargo sulle armi cinesi sin dal 1989, dopo il massacro di Tienanmen. Violare un embargo internazionale era troppo anche per l’ampio margine di illegalità tollerato dal Dipartimento della Difesa. Diveroli mandò una mail chiedendo al Dipartimento di Stato se poteva procedere lo stesso con le munizioni albanesi: dopotutto, erano state fabbricate più di quindici anni prima che l’embargo cominciasse. La risposta fu no.

Ma era troppo tardi per fermarsi. Il problema erano le casse, coperte di scritte in cinese? Bastava cambiare le casse, e questo faceva già parte del programma per abbattere i costi di trasporto. Il compagno di sinagoga di Efraim, Alex Podrizki, trovò un produttore di cartone, Kosta Trebicka, che avrebbe potuto fornire le scatole in tempo e si sarebbe anche fatto carico di reimballare i milioni di munizioni. Packouz mandò una mail a Trebicka per istruirlo nel dettaglio su come effettuare gli imballaggi in modo che la provenienza fosse il più possibile nascosta. Con un esame attento, l’origine cinese si poteva ancora scoprire, perché ogni cartuccia ha stampato il suo luogo di provenienza, ma forse a Kabul non avrebbero fatto storie.

Fine dei giochi
Le quote dell’affare albanese erano stabilite da tempo: la AEY pagava a Thomet poco più di 4 centesimi a cartuccia, per rivenderle al Pentagono a 10 centesimi.  Chiamando da Miami, Diveroli chiese a Trebicka di controllare il prezzo a cui l’intermediario svizzero comprava dagli albanesi. Thomet comprava a due centesimi. Diveroli diventò furioso. Guadagnare il 100% solo per fare da intermediario era troppo, per cui chiese a Trebicka di fare pressioni in Albania per escludere Thomet dall’affare. Eliminandolo, ci sarebbero stati più soldi per tutti, e il fabbricante di cartone era ben felice di collaborare. Ma quando incontrò il ministro della difesa albanese, ottenne l’effetto opposto: fu lui ad essere escluso dall’accordo. Il lavoro di reimballaggio sarebbe stato portato a termine da un amico del figlio del primo ministro albanese.

Né Efraim né Trebicka sospettavano che Thomet stesse pagando grosse somme agli albanesi per mantenere l’affare così com’era. La AEY non veniva danneggiata, ma non poteva neppure impedire che Trebicka venisse escluso. Mesi dopo, a febbraio 2008, Trebicka fu trovato morto in Albania a circa quaranta metri dal suo SUV, solo leggermente ammaccato, in una strada dell’interno. Le autorità rubricarono il fatto come incidente e non ritennero di dover svolgere ulteriori indagini.

Intanto, tra Diveroli e Packouz iniziarono ad esserci attriti sempre più frequenti. Efraim rimproverava al socio di dedicare meno tempo all’azienda, ora che le spedizioni erano avviate, e voleva rivedere i termini del loro accordo. Packouz firmò un accordo che diminuiva la sua parte, uscì dalla AEY e fondò una ditta concorrente, la Dynacore Industries. Iniziò a girare armato. C’era la possibilità che Diveroli trovasse più conveniente farlo uccidere, piuttosto che pagargli la sua parte nell’affare afghano.

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