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  • domenica 3 Aprile 2011

Efraim Diveroli, trafficante d’armi internazionale a vent’anni

La storia di due giovani americani che si misero in guai grossi - per conto degli Stati Uniti d'America

di Giovanni Zagni

David accettò di lavorare per Efraim a novembre del 2005, assunto come responsabile della clientela. Lavoravano intorno al tavolo del salotto dell’appartamento in affitto di Efraim. Ogni mattina si svegliavano, iniziavano a fumare e si sedevano tra montagne di carte e contratti.

I funzionari militari del Dipartimento della Difesa si dimostrarono interlocutori molto malleabili, soprattutto quando si trattava di fornire mitragliatrici all’esercito colombiano o elmetti alle forze irachene. Efraim era un ottimo negoziatore e li convinceva spesso a sostituire gli ordini previsti dai contratti con imitazioni più scadenti. Al telefono con il Pentagono, dimostrava un talento da attore consumato. Rispondeva con “sissignore” e “nossignore”, se questo serviva a fare buona impressione su qualche ufficiale affezionato all’etichetta; poteva mettersi a piangere al telefono e dipingere scenari di figli affamati e mogli che lasciavano la casa, se un funzionario gli comunicava che l’affare rischiava di non riuscire.

Quando la coppia, più o meno una volta alla settimana, staccava dal lavoro per andarsi a rilassare a South Beach, la meta preferita erano i locali con il karaoke. Tra una canzone e l’altra, i due sniffavano la cocaina che Diveroli teneva in un proiettile di plastica con la punta svitabile.

Gestire tutto il lavoro in due non era facile. La AEY Inc. non riuscì a portare a termine diverse commesse e iniziò a ricevere valutazioni negative nelle valutazioni dei fornitori stilate dal Pentagono, ed Efraim dovette correre ai ripari. Per aiutare a gestire il lavoro amministrativo, chiamò per qualche tempo sua zia, che in lunghe telefonate alla mamma di Efraim, senza curarsi della presenza del ragazzo, prediceva un avvenire cupo per il nipote. Lui alzava la testa dalle carte, iniziava a urlare e a insultarla, ma non aveva nessuna intenzione di fermarsi.

L’affare da 300 milioni di dollari
Sette mesi dopo aver iniziato a lavorare insieme, a giugno 2006, i due ragazzi volarono a Parigi per l’Eurosatory, una delle più grandi esposizioni mondiali nel settore delle armi. A Parigi avevano l’occasione di incontrare di persona Heinrich Thomet, che una volta aveva fatto da intermediario in un’ottimo affare di munizioni per le forze speciali USA di stanza in Germania. Thomet era un elegantissimo svizzero dai modi signorili e con l’aspetto di un divo del cinema. Denunciato da Amnesty International per aver commerciato in armi con lo Zimbabwe nonostante le sanzioni della comunità internazionale, sotto osservazione da parte degli Stati Uniti per affari sospetti tra la Serbia e l’Iraq, lo svizzero aveva un gran bisogno dei due ragazzi che si aggiravano con aria spaesata tra i carri armati e i droni di ultima generazione. Attraverso la AEY, avrebbe potuto avere la sua parte nei grandi contratti offerti dal Pentagono. L’esperienza non gli mancava: era un esperto nella creazione di società di comodo e di conti nei paradisi fiscali, che gli servivano per gestire la sua ampia rete di relazioni nell’Europa dell’est. David e Efraim non sapevano che, pochi anni dopo, sarebbe stato uno dei responsabili della loro rovina.

Il 28 luglio del 2006, il comando logistico dell’esercito americano con sede a Rock Island, Illinois, postò sul sito un documento di 44 pagine intitolato “A Solicitation for Nonstandard Ammunition”. Rispetto ai soliti avvisi su fbo.gov, questo aveva qualcosa di particolare. Con quel singolo documento, l’esercito cercava una quantità enorme di munizioni: cartucce per AK-47, fucili, granate, mortai, razzi terra-aria. Ce n’era abbastanza per creare un esercito. E in effetti, così era. L’amministrazione Bush, mentre l’opinione pubblica giudicava la guerra in modo sempre più critico, destinava milioni di dollari alla riorganizzazione dell’esercito afghano senza chiedere fondi al Congresso, senza rilasciare conferenze stampa, senza iniziare un dibattito pubblico. L’appalto era visibile solo su FedBizzOpps e sarebbe andato a un singolo contraente. Gli interessati se ne sarebbero accorti subito, il resto dei cittadini probabilmente mai.

Passarono alcuni minuti prima che Diveroli si accorgesse della nuova asta. Chiamò immediatamente Packouz: era la loro occasione, il salto di qualità che aspettavano. Al momento di riorganizzare i nuovi eserciti nazionali dell’Iraq e dell’Afghanistan, gli Stati Uniti avevano bene in mente che c’era un unico posto dove si sarebbero potute prendere le armi e le munizioni: il crollo dell’Unione Sovietica aveva reso inutili interi magazzini militari nei paesi dell’ex blocco orientale. Ma avevano bisogno di aziende che li aiutassero ad aggirare gli ostacoli e le difficoltà senza fare troppe attenzioni a sottigliezze legali, muovendosi nel mercato “grigio” dei trafficanti, dei responsabili militari corrotti e dei signori della guerra: la AEY era perfetta, e Diveroli lo sapeva.

Packouz iniziò a contattare per telefono o via mail decine di produttori di armi in Ucraina, Ungheria, Bulgaria, per capire chi avrebbe potuto fornire i materiali e a quale prezzo, prima di presentare la sua offerta per l’appalto del Pentagono. Nel frattempo, Thomet muoveva i suoi contatti in Albania. Pochi minuti prima della scadenza del contratto, dopo un mese e mezzo di lavoro febbrile, la direzione di AEY Inc., nelle persone di due ragazzi di poco più di vent’anni, corse attraverso la città in macchina e si presentò agli uffici postali di Miami Beach con una montagna di carte su cui era scarabocchiata la loro offerta: 298.000.000 di dollari.

Le fabbriche di Mao
Non è chiaro come sia potuto succedere che la AEY si sia aggiudicata il contratto, a gennaio del 2007. Il Pentagono sembrava aver dimenticato, o non aver tenuto in conto, le valutazioni negative e le forniture mai arrivate. Nessuno chiese l’età a Diveroli quando incontrarono i funzionari dell’esercito qualche giorno dopo aver vinto l’appalto e rividero al rialzo le valutazioni sulla ditta. O meglio, una spiegazione c’era: l’offerta della AEY era di decine di milioni di dollari più bassa di quelle dei giganti del settore.

Iniziarono ad arrivare i primi ordinativi: per iniziare, 600.000 dollari di granate e munizioni; pochi giorni dopo, quasi 50 milioni di dollari di armamenti, tra cui 100 milioni di cartucce per l’AK-47 Kalashnikov e più di un milione di granate per lanciarazzi. Per quanti contatti avessero stabilito prima di presentare l’offerta, le quantità enormi richiedevano che Diveroli si mettesse in giro per tutto l’est Europa alla ricerca di altri fornitori, lasciando a Packouz il gigantesco compito di gestire l’aspetto amministrativo dell’affare. Passava i suoi giorni al telefono con gli uffici diplomatici americani in Asia centrale, chiedendo di parlare con gli addetti militari. Avevano bisogno di supporto per i permessi di trasporto e per la logistica, diceva; stavano lavorando duro per collaborare a vincere la Guerra al Terrore. Tutti si dimostravano ansiosi di dare una mano.

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