«La scimmia che vinse il Pulitzer»

L'introduzione e il primo capitolo del libro di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo, uscito per Bruno Mondadori il 22 marzo

di Nicola Bruno, Raffaele Mastrolonardo

Un’attività che, a causa dei tagli di risorse nei giornali e dei tempi compressi dell’informazione del millennio digitale, è in progressivo disuso anche nelle testate più prestigiose, con conseguenze rilevanti sulla qualità del dibattito pubblico. «Qualsiasi verità risulta fin da principio contaminata da uno sfondo di preliminare sospetto», ha scritto la filosofa Franca D’Agostini a proposito dell’odierna comunicazione politica. «Viviamo in una società postfattuale» sostiene con più enfasi il giornalista americano Farhad Manjoo: «Non solo abbiamo sempre più opinioni diverse, ma pensiamo anche di trovarci di fronte a fatti diversi». È contro questo stato di cose che PolitiFact si ribella.

2. Il cane da guardia del potere

La mattina del 12 settembre 2010 i conservatori sono molto attivi anche in rete. Alle 12.34 sul blog di Michelle Malkin, giovane voce in ascesa del Tea Party, compare un primo aggiornamento da Washington: «La polizia stima una presenza di 1 milione e 200 mila persone. ABC News parla invece di 2 milioni». In molti riprendono queste cifre. A dare maggiore credito ai numeri conservatori è una foto che compare online nel primo pomeriggio. Riprende una folla immensa lungo la strada che si dirige verso il Campidoglio. L’immagine si diffonde come un virus su Facebook e Twitter. Nessuno smentisce, tutti la rilanciano. Parrebbe la “prova” incontrovertibile dei milioni di cittadini che hanno marciato contro Obama. […] C’erano una volta i giornalisti che verificavano le notizie. Raccoglievano le informazioni, sentivano sempre due diverse campane e poi controllavano, con fonti neutre e indipendenti, che i numeri citati da un politico, le dichiarazioni fatte dall’avversario, corrispondessero al vero. Erano i “certificatori” della realtà.

Ora invece, sostiene Jay Rosen, docente di giornalismo alla New York University, i giornali si sono ridotti a semplice cassa di risonanza del «lui ha detto, l’altro ha risposto» (è quello che Rosen definisce «he said, she said journalism»): «C’è una disputa su un tema che interessa la collettività? Non viene fatto nessun tentativo per valutare le verità contrastanti, nonostante queste siano il vero succo della notizia. Sarebbe possibile portare a termine una verifica fattuale su alcune affermazioni, ma per qualsivoglia ragione si tende a non farlo mai. La simmetria delle due parti che fanno dichiarazioni opposte mette il reporter nel mezzo. Ma questa equidistanza non ha nulla a che vedere con la neutralità».

Rosen parla dell’America, ma se pensate ai nostri “panini”, i servizi politici di alcuni telegiornali italiani in cui vengono racchiuse tutte le dichiarazioni del giorno, non c’è molta differenza: prima la posizione del governo, poi quella dell’opposizione e infine, in chiusura di servizio, la maggioranza parlamentare. E nessuna verifica delle affermazioni. Secondo Rosen, questa adesione a «un modello superficiale di obiettività» sta trasformando i cittadini in «spettatori della propria democrazia». Tizio ha detto, Caio ha risposto: decidi tu da che parte sta la verità, se ancora ti interessa. Il meccanismo è ormai così vischioso che anche i giornalisti più scrupolosi e vecchio stile sono costretti a subirlo. A meno che, come nel caso di Bill Adair, l’attuale direttore di PolitiFact, a un certo punto non decidi di tirarti fuori dal gioco e inizi a fare quello che ormai non fa più nessuno: verificare, verificare, verificare.
L’idea che avrebbe radicalmente stravolto la carriera di Adair arriva nella primavera 2007, complice una crisi di coscienza e l’inizio di una nuova campagna per l’elezione del presidente degli Stati Uniti. A 48 anni, dopo due decenni di giornalismo politico alle spalle come corrispondente da Washington per il “St. Petersburg Times”, è stanco e sfiduciato. Da un po’ di tempo si chiede insistentemente se il suo mestiere abbia ancora un senso: «Non avevo mai il tempo di verificare una dichiarazione, di smontare il gioco delle parti, sempre a subire il dibattito politico, piuttosto che provare a cambiarlo», ricorda quando lo incontriamo di primo mattino in un bar dell’Ottava Avenue di New York.

Nel 2007, anno in cui prende forma il progetto di PolitiFact, Bill Adair è un reporter politico al culmine della propria carriera. È reduce da due campagne elettorali presidenziali (2000 e 2004), ha raccontato dalla capitale centinaia di storie e riportato migliaia di dichiarazioni di parlamentari, presidenti o aspiranti tali. Di lui dicono che è diligente, scrupoloso e che non “buca” mai una notizia. All’interno del giornale lo apprezzano e la sua carriera promette bene. Sembra il migliore dei mondi possibili ma non lo è. Una moglie, tre figli e il mito di Bob Woodward e Carl Bernstein (i due giornalisti che portarono allo scoperto lo scandalo Watergate), Adair è stanco e, peggio ancora, ha la sensazione di fare un lavoro inutile. Forse è una di quelle fasi di ripensamento che colpiscono più spesso nella mezza età, forse è lo stress accumulato. Di certo dura da un po’. «Durante la campagna elettorale del 2004 avevamo fatto tutti un pessimo lavoro, nessuno escluso. Anche le grandi testate che pure avrebbero avuto le risorse per approfondire i problemi», confida oggi.

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