«La scimmia che vinse il Pulitzer»

L'introduzione e il primo capitolo del libro di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo, uscito per Bruno Mondadori il 22 marzo

di Nicola Bruno, Raffaele Mastrolonardo

Incontrando questi visionari, intervistandoli di persona, importunandoli via chat o via e-mail, ci siamo resi conto che ognuno di loro rappresenta un “link” tra passato e futuro, il simbolo di un valore forte del giornalismo del secolo scorso che continua a sopravvivere anche nel millennio digitale. C’è la precisione usata contro i potenti su cui lavora il reporter Bill Adair (capitolo 1), la velocità inseguita via Twitter dal ventenne Michael van Poppel (capitolo 2), la partecipazione tramite sms scelta dall’attivista Ory Okolloh per raccontare storie dimenticate dai media tradizionali (capitolo 4). E ancora: l’intelligenza (artificiale) che gli informatici Kristian Hammond e Larry Birnbaum vogliono regalare ai reporter (capitolo 3); la bellezza dell’informazione su carta per cui si batte Jacek Utko (capitolo 7); la libertà di espressione adattata ai tempi della rete globale promessa da Birgitta Jónsdóttir (capitolo 6); il cambiamento su cui stanno puntando istituzioni storiche come il “New York Times” e il “Chicago Tribune” (capitolo 8).

Infine c’è la trasparenza (capitolo 5), sempre cercata dal giornalismo di ogni epoca e che Internet ha portato a un nuovo livello. Oggi il suo profeta indiscusso è Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Quando l’abbiamo incontrato, nel giugno 2010, la sua creatura era relativamente poco conosciuta e non aveva messo a segno gli scoop più clamorosi. Per quanto fosse già poco simpatico al Pentagono, all’epoca Assange non era ancora finito sulle prime pagine di tutti i quotidiani, né era stato definito dall’amministrazione Obama il “terrorista hi-tech più pericoloso del mondo”. Già allora, comunque, il sito contro i segreti faceva intravedere scenari del tutto inesplorati per il futuro dell’informazione. Anche per questo abbiamo scelto di fermare il tempo e di lasciare il capitolo a lui dedicato così come era stato concepito inizialmente (la cronaca di una giornata trascorsa in sua compagnia), invece che aggiornarlo con le molte e clamorose vicende successive.

Piuttosto che inseguire l’attualità abbiamo preferito restituire un’istantanea di Assange e di WikiLeaks appena prima che la bolla di notorietà li avvolgesse.
In fondo, che uno dei protagonisti delle nostre storie sia diventato in poco tempo un divo globale non ci dispiace affatto. Ci ha confermato semmai che le notizie sulla morte del giornalismo sono ampiamente esagerate. Dopo il nostro viaggio ne siamo così convinti da scommettere che nei prossimi mesi sotto i riflettori finiranno altri personaggi e progetti che qui presentiamo come il “futuro” dell’informazione. Tempo di leggere queste pagine e alcuni di loro saranno già diventati il “presente”. E magari qualcuno – comprese le Scimmierobot con il pallino per il giornalismo – avrà persino vinto il Pulitzer.

***

I. Precisione

1. La macchina della verità
Washington, Stati Uniti, settembre 2009. Le polemiche sulla riforma sanitaria del presidente Barack Obama non si placano. Nell’opposizione i più agguerriti sono gli esponenti del Tea Party, movimento popolare ultraconservatore che prepara un’imponente manifestazione per il 12 settembre a Washington. Già dalla sera precedente, la capitale è invasa dai furgoni dei grandi network televisivi. E, come avviene spesso in questi casi, a metà mattinata si scatena la guerra dei numeri. I sostenitori del Tea Party sparano subito alto: siamo più di un milione. I militanti democratici aspettano cifre più attendibili prima di rilasciare le dichiarazioni di rito. Ma i reporter dispersi tra la folla non sono in grado di quantificare il numero dei presenti. L’inviato del “New York Times” resta sul vago («Un mare di manifestanti ha invaso il prato occidentale del Campidoglio…»), mentre MSNBC riferisce di «decine di migliaia, forse anche centinaia, secondo la nostra impressione». [continua…]
Immaginate per un attimo di avere una macchina della verità da applicare alla politica (e a tutta l’informazione che ci gira intorno). Un ministro fa una dichiarazione e subito si sa se è vera o falsa. Il premier magnifica i risultati del suo governo e il dispositivo conferma o smentisce. L’opposizione contesta il numero di partecipanti a una manifestazione e all’istante vengono comunicate le cifre esatte. O ancora: chi ha ragione in quel dibattito televisivo in cui tutti urlano e si insultano a vicenda? Qualche secondo e la macchina si attiva, valuta gli argomenti (quando ci sono) e lo spettatore ha il responso.
Sarebbe bello, no?

Purtroppo un simile marchingegno non l’ha ancora inventato nessuno. Le temibili macchine della verità che spesso si vedono nelle serie tv americane sono state più volte dichiarate inaffidabili: non basta misurare la pressione del sangue o il ritmo respiratorio per scoprire se qualcuno sta mentendo. La buona notizia, però, è che in America qualcuno è riuscito a trovare la formula per incastrare i politici ogni qual volta dicono una falsità. Non si tratta dell’ennesimo ritrovato tecnologico, ma di qualcosa di molto più umano e artigianale: una redazione di giornalisti che passa al setaccio tutti i talk-show, i quotidiani, i blog, i forum che si occupano di politica. Indaga, investiga, approfondisce.
Insomma, fa quello che dovrebbe fare ogni giornalista. E alla fine pubblica il verdetto online, premiando i sinceri e smascherando i bugiardi. Lo hanno chiamato PolitiFact e nasce da una costola del “St. Petersburg Times”, il quotidiano più letto della Florida. Si è talmente inserito nel dibattito politico-mediatico statunitense che nel 2009 si è aggiudicato il Premio Pulitzer for National Reporting.

È stata la prima volta di un sito web, come non hanno mancato di sottolineare i giurati nella loro motivazione: «Per l’uso di validi reporter e del World Wide Web nell’esaminare più di 750 dichiarazioni, riuscendo sempre a separare la retorica dalla verità». Il risultato è che lo staff di Obama controlla PolitiFact tutti i giorni, i conservatori statunitensi lo considerano un pericolo per le proprie campagne, mentre ogni politico le cui dichiarazioni siano sottoposte al Truth-O-Meter – un cruscotto che oscilla dal verde (vero) al rosso fuoco (falso) – trema. Intanto, gli utenti di Facebook hanno eletto il sito a loro strumento di informazione politica di elezione. I fan del progetto sul social network sono oltre 22 mila e ne apprezzano il carattere postideologico, al di là della demagogia di destra o di sinistra. Online dal 2007, PolitiFact ha l’ambizione di fare all’informazione politica quello che gli ambientalisti vorrebbero fare al pianeta: ripulire un dibattito inquinato da troppi veleni per tornare a discutere dei problemi con numeri certi e fatti verificati. Per riuscirci associa gli strumenti del web di ultima generazione al giornalismo vecchio stile. Dietro alle animazioni interattive e ai grafici sfavillanti, PolitiFact prova infatti a rivitalizzare una tradizione giornalistica gloriosa ma in lento declino: il fact-checking, l’abitudine di verificare (almeno) due volte la stessa notizia prima di pubblicarla.

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