Il Grande Maestro e il computer

La storia di Magnus Carlsen, numero due del mondo degli scacchi rivoluzionato

di Giovanni Zagni

Un avversario imbattibile
Fu Lenin, giocatore appassionato, a far diventare l’Unione Sovietica la patria degli scacchi, fondando la Scuola Sovietica di Scacchi nel 1920. La Scuola Sovietica formò generazioni di giocatori imbattibili, tanto che nel 1991, quando cadde l’URSS, i primi nove giocatori della classifica mondiale venivano da lì.

I paesi occidentali risposero al dominio degli scacchisti sovietici investendo su un giocatore solo che li avrebbe potuti battere tutti: il computer. Gli scacchi sono uno sport incredibilmente complesso, con un numero totale di partite possibili che, è stato detto con una formulazione ad effetto, è più grande del numero di atomi dell’universo. Difficile, se non in un lontanissimo futuro, che anche per gli scacchi succeda come alla dama, per la quale nel 2007 è stato calcolato il gioco perfetto: ovvero trovare, tra tutte le partite possibili, la successione di mosse che assicura la vittoria qualunque siano le mosse dell’avversario. Ci sono situazioni in cui un computer non sbaglia mai, ma sono limitate a quando sulla scacchiera ci sono meno di sei pezzi.

Era impossibile, dunque, scegliere la strada di far replicare ai computer tutte le partite possibili, e allo stesso modo era impossibile replicare il modo in cui pensa un grande maestro. Ma la macchina aveva dalla sua parte la forza bruta: a partire dagli anni Ottanta i software divennero veramente competitivi, perché la velocità di calcolo permetteva al computer di “vedere avanti” una decina di mosse per ogni scenario e, semplicemente, di scegliere il migliore.

Lo sviluppo dei software poteva servire a battere l’Unione Sovietica, ma la macchina non faceva grandi differenze di nazionalità; nel corso degli anni il computer è diventato un avversario imbattibile per tutti, perché i processori di oggi sono così potenti da rendere nella pratica impossibile, per un essere umano, vincere una partita. Nel mondo degli scacchi, anche al massimo livello, gareggiare contro un computer è diventato solamente oggetto di amara ironia. Il grande maestro olandese Jan Hein Donner, alla domanda su quale strategia userebbe contro un computer, ha risposto: «Userei un martello».

La poesia degli scacchi
Il computer non è solo un avversario imbattibile per cui dimostrare disprezzo, o che si può pensare di mettere da parte con una battuta. La sua presenza ingombrante ha influenzato direttamente il modo in cui gli esseri umani giocano a scacchi. Anzitutto nella preparazione, dato che oggi si può diventare giocatori di discreto livello senza mai sfidare un avversario umano. Si possono comprare i database delle mosse di centinaia di tornei: chiunque ha a disposizione più informazioni di quelle che aveva a disposizione il più preparato tra i grandi maestri sovietici. Il livello del gioco si è alzato in tutto il mondo, perché attraverso il computer i confronti sono continui e simultanei, mentre prima erano limitati dagli spostamenti e dall’organizzazione di tornei internazionali. Il gioco online ha anche reso possibile che un ragazzo proveniente dalla Norvegia, che fino ad allora non aveva mai prodotto grandi campioni, abbia conquistato il primo posto della classifica mondiale.

Ma i commentatori dicono che, se il livello è migliorato, il gioco ne ha perso in stile. Dopo aver provato migliaia di possibili aperture al computer, anche i giocatori più esperti hanno iniziato a evitare quelle che i software ritengono più deboli. Carlsen trova il gioco dei computer inelegante, e si lamenta delle loro «mosse bizzarre che non riesco a capire», mentre per descrivere il suo stesso gioco parla di ottenere “armonia” tra i pezzi, e perfino di “poesia”.

Magnus Carlsen si prepara poco alle sfide dei tornei. A volte, la sera prima della gara, resta alzato fino a tardi con i videogiochi o giocando a poker online. Poi va a letto, dorme dieci ore e si sveglia un’ora o due prima della gara. Mentre gran parte dei giocatori pianifica attentamente la strategia, e decide fino a una dozzina di mosse iniziali, Magnus si presenta ad alcune partite con in testa solo la prima. Nonostante questo, vince.

Anche i grandi maestri si annoiano
Nell’ultimo periodo, però, Magnus ha avuto un calo di risultati. Due mesi fa, durante la terza giornata dell’importante torneo di Wijk aan Zee (quello che anni prima aveva causato la rottura con Kasparov), Carlsen ha perso male un incontro contro Anish Giri, un sedicenne olandese che non è neppure ancora un giocatore professionista. Alla fine del torneo aveva perso la prima posizione nella classifica mondiale, superato dall’indiano Anand. Un suo ammiratore dice, a proposito del suo calo:

«Ho una nuova teoria. Magnus è così forte che è semplicemente annoiato. (So dalla mia personale esperienza che si annoia facilmente.) Così ha pensato una nuova strategia per rendergli le cose più interessanti: giocare come un incapace per le prime partite, finire in fondo al tavolo, e poi provare a vincere il torneo lo stesso.»

La sua crisi però non sembra essere solo frutto dell’amore per la difficoltà. Negli incontri successivi del torneo di Wijk, Magnus racconta di aver sentito, forse per la prima volta, un serio calo di fiducia verso se stesso e i propri mezzi.

Carlsen intende correre subito ai ripari. Si è messo in contatto con Wesley So, un grande maestro filippino di diciassette anni, e gli ha offerto di pagargli il viaggio per l’Europa per allenarsi insieme.  So ha accettato e la collaborazione sembra funzionare. Carlsen ha scelto So perché ha un gioco “stilisticamente opposto” al suo. Ha detto al New Yorker, con un certo stupore: «Penso che tutto il suo allenamento sia stato con un computer». Forse giocare in modo più simile agli altri smetterà di divertirlo, ma lui non sembra scomporsi. Quando gli scacchi smetteranno di divertirlo, dice, farà altro: «Se hai tutto il tempo la sensazione che non ti diverta più, che senso ha continuare?»

Anche se Magnus si dice poco interessato alle partite contro il computer, il suo successo è anche frutto dei grandi cambiamenti che i software hanno portato nello sport. Il suo stile, poi, è cambiato negli ultimi tempi in un modo curioso. I computer hanno uno stile di gioco molto aggressivo, perché sono impostati per migliorare nel modo più rapido possibile le loro possibilità di vincere. L’unico modo per metterli in difficoltà, dice un programmatore, è “non fare nulla, e farlo bene”. La strategia di gioco più appropriata è quella “posizionale”, che ha come primo obbiettivo il controllo completo della scacchiera ed è meno concentrata sul raggiungere lo scacco matto. Lo stallo apparente che si protrae per molte mosse, mentre gli spostamenti dei pezzi lavorano a creare il dominio territoriale, sembra mandare in crisi il computer, che contrasta in modo meno efficiente questa strategia attendista. Carlsen, nel corso del tempo, ha giocato sempre più spesso in modo “posizionale”, abbandonando la sua strategia iniziale votata all’attacco. È bello immaginare, e un po’ romantico, una sfida in cui un nuovo Deep Blue sia sconfitto, e ci dimostri che il cervello ha perso solo alcune battaglie ma la guerra non è finita.

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