Il Grande Maestro e il computer

La storia di Magnus Carlsen, numero due del mondo degli scacchi rivoluzionato

di Giovanni Zagni


Magnus
Magnus Carlsen è un giocatore professionista dall’età di quindici anni (è nato nel 1990) e ogni anno passa più di 160 giorni in viaggio tra un torneo e l’altro, spesso accompagnato dal padre Henrik. Quando non è in viaggio, vive con la sua famiglia a Baerum, un sobborgo di Oslo.  Due anni fa ha lasciato la scuola senza diplomarsi. Molto introverso, come ci si aspetta da un campione di scacchi, mentre è in viaggio passa le sere nella sua camera d’albergo, guardando serie TV sul portatile (le sue preferite sono A-Team e la serie comica Curb Your Enthusiasm). A casa, in Norvegia, gioca a Wii Sports Resorts e a Mario Kart, oppure fa il karaoke con le sue sorelle.

Molti dei più grandi scacchisti del XX secolo hanno iniziato a giocare da bambini: il cubano Capablanca, ad esempio, iniziò a quattro anni. Carlsen sviluppò un vero interesse per il gioco intorno agli otto, su incoraggiamento del padre. Aveva già dimostrato grandi doti matematiche e ottima memoria, ma era anche molto sportivo e, fino ad allora, preferiva il calcio o gli sci agli scacchi. Ma a poco a poco le cose cambiarono: iniziò a consultare i libri sugli scacchi che aveva in casa e la sua passione crebbe fino a farlo disinteressare completamente della scuola. La trovava noiosa e smise completamente di fare i compiti. Dopo un anno di gioco, batté suo padre per la prima volta. Suo padre è stato un buon giocatore da giovane, e a partire dal 2000, quando Carlsen aveva nove anni, iniziò a fargli prendere lezioni settimanali da un insegnante di scacchi.

Rispetto ad altri giovani giocatori della sua generazione, Carlsen aveva un rapporto meno stretto con il computer. Gli piaceva usarlo per trovare sfidanti, ma non giocava quasi mai contro un programma. «È come giocare con qualcuno che è molto stupido ma ti batte lo stesso», diceva. All’inizio della sua carriera, lo stile di Carlsen era molto aggressivo: gli piaceva giocare il più possibile d’attacco, aveva un grande senso della posizione e lo studio dei libri di strategia gli aveva fornito una grande varietà di mosse. Nel 2001, a dieci anni, iniziò ad allenarsi con Simen Agdestein, uno dei migliori gran maestri norvegesi. Nei tre anni in cui lo seguì, Agdestein rimase sempre colpito dal talento che aveva il bambino per il gioco. Carlsen, dice, faceva da solo gran parte dell’allenamento, giocando su internet qualcosa come settemila partite in tre anni.

Nel 2003, Henrik Carlsen, il padre di Magnus, prese un anno di pausa dal suo lavoro, ritirò i bambini da scuola e insieme a loro e alla moglie iniziò un viaggio di tre anni su un minivan per l’Europa. Insieme alle visite turistiche alle città d’arte e alle spiagge, la famiglia girò per i tornei di scacchi a cui partecipava Magnus, in modo da trovargli le sfide di alto livello che in Norvegia mancavano. In più di centocinquanta tornei Magnus ottenne ottimi risultati. Dopo le partite contro avversari in carne ed ossa – soprattutto se perdeva – accendeva il suo computer e trovava altri avversari online. «Serviva a dimostrarmi che ero ancora capace di vincere una partita». In un torneo del 2004 a Reykjavik, Carlsen batté l’ex campione del mondo Anatoly Karpov in una partita di blitz chess, in cui ad ogni giocatore sono dati cinque minuti di tempo per fare tutte le mosse. Poi perse malamente contro Garry Kasparov in due partite di rapid chess, in cui il tempo per giocatore è di venticinque minuti. Kasparov si accorse però di avere davanti un ottimo giocatore: un mese dopo, il suo curriculum di risultati rese Carlsen Grande Maestro, all’età di 13 anni e quattro mesi – il terzo più giovane della storia.

La notizia dette al ragazzo notorietà internazionale. Ora era al livello di giocatori che avevano allenatori a tempo pieno o collaboratori che lavorano con i database per provare le aperture (le fasi iniziali del gioco) contro gli avversari futuri. Ma Magnus continuò a lavorare soprattutto per conto suo. Non pensava di essere il migliore e non sembrava aver fretta di diventarlo. Anche suo padre sa che il suo modo di allenarsi è poco rigido e sistematico: «Fa quello che gli piace… è la curiosità opposta alla disciplina.»

Dato che Carlsen ha speso meno tempo degli altri ad allenarsi contro il computer, ne è stato meno influenzato nel modo di giocare. Ha più fiducia nel suo intuito e nel suo giudizio, e questo a volte mette in difficoltà gli avversari che usano pesantemente i programmi e i database. Continua a provare nuove strategie e a sperimentare. Questi sono alcuni dei motivi per cui, ad un’età in cui molti bambini prodigio degli scacchi entrano in crisi, Carlsen ha continuato a migliorare. Nel 2004, quando batté Karpov, era il numero 700 del ranking mondiale; nel 2008 era il sesto. Nel 2009, suo padre assunse Kasparov come maestro del figlio. Anche se è un istruttore piuttosto caro (la sua tariffa annuale è di diverse centinaia di migliaia di dollari) la famiglia di Carlsen pensò che ne valesse la pena. Lo stesso Kasparov, dopo il torneo del 2004 a Reykjavik, aveva tenuto d’occhio il ragazzo e non vedeva l’ora di prendersene cura.

Un anno dopo l’inizio della collaborazione, il primo gennaio 2010, Magnus Carlsen diventò il numero uno della classifica mondiale: l’allenamento con Kasparov gli era servito moltissimo. La classifica è basata sul rating “Elo”, che tiene conto dei risultati nei tornei. A marzo dello scorso anno, Carlsen aveva il secondo punteggio Elo più alto della storia, secondo solo al suo maestro Kasparov. Negli stessi giorni, però, il rapporto si interruppe. Mentre Carlsen era a un torneo a Wijk aan Zee, in Olanda, Kasparov propose al ragazzo un’apertura diversa da quella che avevano concordato, solo un’ora prima di una partita contro il russo Kramnik. Magnus perse la partita: anche se vinse il torneo, decise che lui e Kasparov erano semplicemente troppo diversi. Kasparov ora pensa che Carlsen abbia gettato una grande occasione per diventare ancora più forte solo per paura di dover lavorare duro. Nella sua reazione si sente la tradizione di rigidità e disciplina che viene dalla grande tradizione sovietica nel gioco degli scacchi.

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