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  • venerdì 4 Marzo 2011

“Ferrara, Giuliano”

L'autobiografia in due puntate che il direttore del Foglio scrisse nel 2003 (quella della CIA, per capirsi)

Erano anni in cui fioriva il mercato del “dissenso comunista”. Ferrara non partecipa a questo mercato, e quando Novelli manda in galera i socialisti e anche i suoi più cari amici e compagni per le stecche ai partiti (e non solo ai partiti) nel Comune di Torino (1983), non accetta di fare il delatore e si sottrae alle richieste giornalistiche che gli vengono rivolte nella casa di campagna dei suoi (nonostante il vecchio “diritto alla delazione”). Chissà perché, preferisce Spinoza e l’etica della banda. C’è Scalfari nel suo destino. Il giustizialismo, e gli sgarri da capobanda del sindaco che aveva paura della competizione politica da parte dei socialisti modernizzatori, non gli piacciono. Ferrara guarda la tv e quando Berlinguer dice: “Tengo Novelli in palmo di mano, perché ha denunciato tutto alla magistratura”, trasecola. La mutazione genetica del Pci è cominciata. Sta diventando un partito ridicolo: mezzo leninista (“Vivente e valida la lezione di Lenin”, disse il secondo Berlinguer, quello che aveva abbandonato per paura riformismo e governo tutti e due in una volta) e mezzo giustizialista (la “questione morale”, la “diversità antropologica dei comunisti”). Poi Berlinguer negherà a Novelli il posto in direzione, altro che “palmo di mano”, e la Iotti gli dirà che avrebbe dovuto saper “portare la croce” invece di fare il bullo sui finanziamenti illegali ai partiti (compreso il suo) di cui ovviamente sapeva tutto, preferendogli il pragmatico “uomo Fiat” Piero Fassino. Novelli si arrabbierà molto e diventerà “retino” al seguito di Leoluca Orlando e F. non sa quante altre cazzate ha fatto nel frattempo, perché le persone che disprezza non le segue. Ferrara gioisce, come sempre quando i giustizieri vengono per così dire giustiziati (caso Di Pietro, molti anni dopo).

Come vive Ferrara in questi due anni (’83-’84)? Studia, traduce per campare la vita (un bel librone ordinato da Vittorio Sereni sulla storia della misurazione del tempo, di David Landes, tradotto in coppia con Vertone), e un giorno incontra a una fila per il “passi” per il centro storico Pietro Favari, amico di Rita Cirio, che era diventata caposervizio culturale dell’Espresso. Aveva, come tutti i nuovi capi, bisogno di nuovi collaboratori per reinventare il servizio. Pietro chiede: “Che fai?”. Risposta: “Mi arrangio”. “Ti faccio chiamare da Rita?”, dice. “Grazie”, dice Ferrara. Ecco come entra nel giornalismo “professionale” il Ferrara: con una raccomandazione di Pietro Favari, che è un insigne semiologo e un critico teatrale, autore della nostra rubrica “Attori”. Insomma, F. si era messo in coda. Poi all’Espresso Ferrara ritrova Paolo Mieli e, con l’amico comune Pigi Battista e sotto la supervisione del “primario” (chiamavamo così il vecchio espressista Mieli), cura i libretti per i trent’anni dell’Espresso, lavorando nell’archivio del giornale e facendo una sterminata quantità di fotocopie. Impara a conoscere bene l’avversario lavorando nei suoi archivi. Una spia? Sì, una spia.

Lavoretti. Poi arriva Alberto Ronchey. Sono gli anni in cui l’establishment è interessato al destino politico di Bettino Craxi, che nel frattempo è diventato a calci e spintoni presidente del Consiglio. Alberto, persona a F. carissima, è un vecchio amico di famiglia, e lo onora di attenzioni per il suo lavoro, pur non essendo un tipo che dà troppa confidenza. Al Corriere della Sera è arrivato come direttore Piero Ostellino, un liberale ma molto, molto diverso da Piero Ottone, che appoggia Craxi e sarà poi congedato per questo (e perché il Corriere perse il primato di vendite nella battaglia con Scalfari e Repubblica). Ronchey manda Saverio Vertone e F. da Ostellino. Lettera contratto per qualche articolo, pagamento a cottimo. F. diventa ufficialmente un “convertito”. E’ risentito verso il Pci e la sua linea politica. Si vuole vendicare. Non nasconde il suo risentimento. Ma è una vendetta politico-intellettuale che dura ormai da vent’anni e più, non una faida da ex. Claudio Magris lo attacca e gli dà di “Maddalena pentita” sul Corriere. Lui risponde per le rime. C’è un’aria di ostracismo intorno agli ex comunisti. Il Pci è diventato il primo partito italiano alle elezioni europee, dopo la morte tragica di Enrico Berlinguer in un comizio anticraxiano che emoziona il popolo. E l’italiano è attento a chi vince e a chi perde. Craxi sembra già bollito. F. scrive di Amendola, suo maestro nella destra comunista, e delle sue battaglie contro il terrorismo e contro la scala mobile e la demagogia sindacale (Craxi ha appena infilzato la Cgil e salvato l’economia tagliando la scala mobile). I comunisti odiano F. quasi come Craxi (si parva licet), nessuno pensa che sia un venduto per ché tutti sanno come stanno le cose, ma molti lo odiano a tal punto da suggerirlo o da dirlo (e molti però lo rispettano, ciò che basta a F.). Scalfari e i filocomunisti sono felici di trattare a pesci in faccia gli ex, e lo fanno ogni volta che possono. Ma F. non porge mai l’altra guancia.

Arriviamo al 1985. Gli ex di Lotta continua fanno un giornale con i soldi di Martelli (chiedo scusa per la citazione). F. li ama e li odia, li ha combattuti aspramente quando facevano le loro cattive campagne contro Calabresi insieme con Scalfari, con Eco e con Vattimo (scusate la citazione), ma riconosce che il gesto di sciogliere Lc senza infamie (1976) e di appartarsi è stato magnifico, utile nella battaglia contro la violenza e per la verità su quel gran troiaio liberatorio ma anche pericoloso che fu il ’68. Giampaolo Pansa va da F. e lo intervista: l’ostracizzato gli risponde, gli dice che Craxi è in grado di guidare una sinistra socialdemocratica seria, che il Pci sbaglia tutto, e che Fassino “dà ordini come un caporale e obbedisce come un soldato semplice” (battuta cattiva, ma che ripeterebbe anche ora). Scandalo. Repubblica stampa il tutto a piena pagina con il titolo (malizioso?): “Giuliano il Convertito sulla via di Bettino”. Craxi chiama F. a Palazzo Chigi il giorno stesso, telefonata dell’indimenticabile Serenella Carloni. Lo aveva incontrato di striscio nel camerino di un teatro anni prima, perché amico di famiglia, per comuni radici milanesi, di sua cognata Adriana Asti. Niente più. F., come la sventurata, rispose. Va a Palazzo e Craxi gli dice: “Sono qui a battermi contro i serpenti con un esercito di Franceschiello, mi dai una mano? Vorresti fare il capolista a Torino dei socialisti?”.

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