Un paese in cerca di guru

Le storie dei successi di di Saviano, Petrini, Camillleri, Mauro Corona, Allevi e Grillo nel libro di Alessandro Trocino

"Un paese che sente il bisogno di inserire Allevi nel comitato dei garanti dell’Unità d’Italia"

di alessandro trocino

Del resto un poeta riesce ad assurgere alla fama solo se accede al piccolo schermo: per un’Alda Merini idolatrata e adorata, soprattutto dopo l’apparizione al Maurizio Costanzo Show e post mortem, ci sono decine di Elio Pagliarani che, non baciati dalla dea del tubo catodico, restano sconosciuti e negletti, pur avendo prodotto capolavori come La ragazza Carla. Se Antonio Gramsci aveva compreso la necessità da parte delle élite di orientare la Weltanschauung dellemasse, nella sinistra c’è stata una lunga coazione a ripetersi di pensosi snob e radical chic, troppo impegnati a disprezzare il popolo per capirlo, figuriamoci per servirlo. L’intellettuale moderno non è più da tempo la cinghia di trasmissione tra il partito e le masse. All’egemonia culturale della sinistra è subentrata, silenziosa ma devastante, una nuova egemonia “sottoculturale”, per usare un’espressione di Massimiliano Panarari, che ha soppiantato la prima, inoculando nella società il pericoloso e pandemico germe del populismo mediatico.

Sedici anni di dominio berlusconiano hanno impresso un segno indelebile nel carattere nazionale. Per uscire dalle strettoie della sottocultura berlusconicentrica e per sfuggire al gorgo mefitico dell’autoreferenzialità, l’intellettuale ha ceduto di schianto. Succube da decenni di dibattiti autopoietici e di soporiferi cineclub, ormai ebbro e nauseato dalla propria presunta superiorità morale, da tempo degradata in un indifendibile moralismo da casta protetta, la sinistra culturale ha rotto le righe e, muovendosi in ordine sparso, si è buttata nello stesso circuito di populismo della destra, innervato da robuste iniezioni di moderni steroidi catodici. Quel che rimane dell’industria culturale in mano alla sinistra scimmiotta il baudesco nazionalpopolare, utilizzando le antiche corde dell’emozione, del sentimento, dell’anima, dell’antirazionalismo, dell’antimodernismo e della cialtroneria, che da sempre costituiscono il nerbo della melodrammatica e furbesca indole italica. Così nasce e prospera Giovanni Allevi, adorato da schiere di fan ai quali propina un pentagramma che fa leva sull’universo olistico dell’era emozionale, di cui il Maestro disserta nei suoi instant book. Accolto con tutti gli onori in Parlamento, il novello Rossini in pochi anni ha edificato, mattone su mattone, una carriera straordinaria.

Miracolato da un ottimo ufficio stampa, è volato sulle ali del marketing, non senza qualche invocazione propiziatoria rivolta all’Altissimo. Il tutto a piedi nudi, naturalmente, perché natura e sentimento, emozione e godimento lento, vanno di pari passo. Paulo Coelho con la sua cianfrusaglia alchemica non è vissuto invano e i lucchetti di Ponte Milvio non sono stati inventati inutilmente dal giovane-vecchio Federico Moccia. Campione del neopopulismo catodico, nel combinato disposto di neoqualunquismo e retorica apocalittica, ecco avanzare Beppe Grillo. Una carriera da comico, sciaguratamente buttata via per vestire i panni del Savonarola, tanto intriso di giustizialismo à la page da condividere con Marco Travaglio ed Emilio Fede il vezzo, un po’ fascista, di deridere l’avversario. Avversario derubricato in nemico, con epiteti offensivi. Oppure per le vie brevi, con insulti diretti a base di “vaffanculo”.

Moderno Lenny Bruce, con minor tasso di esistenzialismo disperato, Grillo fa il pifferaio magico per un popolo di indignati. Indignazione comprensibile, visto lo stato della politica e della società, che finisce però per irreggimentarsi in una protesta che rifugge la complessità, per calarsi nella consueta retorica consolatoria dello sdegno fine a se stesso. Le popstar sono lo specchio di un paese malato di retorica, sentimentale, massimalista, finto rivoluzionario, antilluminista. E quel che è peggio è che gli italiani sonom come i loro divi: la loro mediocrità è nella mediocri tà della loro cultura. Del resto il nostro è pur sempre uno dei paesi europei con il più basso consumo culturale. Alto, invece, è il tasso di conformismo. Gli italiani adulano con la stessa superficiale ipocrisia con la quale provvedono a scavare fosse, dimenticando in fretta sia il delitto sia il cadavere. Con la stessa rapidità con la quale erigono monumenti, li demoliscono con sbadata ferocia. C’è una continuità storica, culturale e morale nel fascismo e in piazzale Loreto, nel Craxi della Milano da bere e nel lancio delle monetine all’Hotel Raphaël. E naturalmente nella parabola berlusconiana.

È l’Italia dei furbi e dei finti cascatori. L’Italia che non ha mai conosciuto Cartesio e Voltaire. L’Italia delle grida manzoniane, che ha rinnegato le leggi “armate” di Beccaria e le ha sostituite con la retorica delle orazioni civili, dell’impegno da salotto. L’Italia intellettualmente disonesta, che fa la rivoluzione in terrazza, che festeggia a Fregene con Moravia e Schifano l’assoluzione dell’assassino di Primavalle e non sta «né con lo Stato né con le BR». L’Italia che scende in piazza e sfila compiaciuta. L’Italia degli oratori vibranti e magniloquenti. L’Italia dell’elzeviro, del giornalismo malato, passata dalla pomposità letteraria delle terze pagine alla volgarità pecoreccia dei fogli di regime. L’Italia dell’intellighenzia di sinistra, che per anni ha flirtato con ex terroristi-intellettuali come Cesare Battisti, ignorando l’eroe borghese Giorgio Ambrosoli. L’Italia della casta, della cricca, del familismo amorale, del “teniamo famiglia”, della raccomandazione, delle affettuosità di potere, della romanità avvolgente, del pizzino. Un paese che sente il bisogno di inserire Allevi nel comitato dei garanti dell’Unità d’Italia, proprio mentre smantella l’unità a colpi di leghismo, di corruzione e di ignavia politica. Un paese che compra i libri-feticcio di Saviano per combattere la camorra e poi pippa la cocaina dei camorristi nei cessi dell’Hollywood a Milano. Il paese degli abusi edilizi, dei condoni, dei furbetti del quartierino. Il paese del catastrofismo apocalittico, dell’iperbole emotiva, del populismo tecnocratico, del vaffanculo catartico. Il paese midcult che confida nei miracoli dell’autoculturalizzazione istantanea di massa. Il paese che trasforma lo scrittore engagé in icona da scaffale. Che cerca disperatamente un guru qualsiasi che gli indichi la strada e lo trova in comici che predicano l’anacoretismo e praticano il business. Un paese che preferisce nutrirsi di uno stato di indignazione permanente, piuttosto che provare a cambiare lo stato delle cose.

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Alessandro Trocino scrive per il Corriere della Sera, dove si occupa di politica; oltre a Popstar della cultura, di cui pubblichiamo l’introduzione, ha scritto, insieme ad Adalberto Signore, Razza padana, edito da Bur. Dal 2009 cura il blog di cibo e cucina Puntarella Rossa. Dal 19 gennaio Popstar della cultura è anche un blog.

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