Un paese in cerca di guru

Le storie dei successi di di Saviano, Petrini, Camillleri, Mauro Corona, Allevi e Grillo nel libro di Alessandro Trocino

"Un paese che sente il bisogno di inserire Allevi nel comitato dei garanti dell’Unità d’Italia"

di alessandro trocino

Il figlio Folco provò a dare una spiegazione del fascino che ebbe per molti “terzanisti”: «Credo che, senza volerlo, il babbo abbia intercettato qualcosa di cui si sente il bisogno. Lui è diventato un grande minestrone di culture e idee diverse e le ha rielaborate con un linguaggio occidentale, le ha semplificate. Sono idee antiche che tutti conosciamo ma che abbiamo perso: la vita, la paura della morte, le domande che un uomo si pone e alle quali cerca una risposta senza ricorrere alla religione tradizionale. Parla di queste grandi domande rimaste coperte dal rumore di questi tempi». La cultura della sinistra in questi anni ha ormai cambiato pelle. Dall’egemonia culturale di impronta gramsciana all’industria culturale di Horkheimer e Adorno, fino all’attuale strapotere del marketing editoriale, il salto è stato lungo. In mezzo si è costituito un universo contaminato e franto, nel quale destra e sinistra si sono spesso confuse in un abbraccio poco virtuoso. Si sono fatti strada in questi anni alcuni personaggi che nella letteratura, nella musica e nella politica raggiungono una popolarità di massa, godendo dei favori di lettori orientati per lo più a sinistra, ma non solo.

Qui analizziamo Roberto Saviano, Giovanni Allevi, Carlo Petrini, Beppe Grillo, Mauro Corona e AndreaCamilleri. Soltanto un campione, perché l’elenco poteva continuare e le popstar non mancano: dallo stessoTerzani a Benigni, dai fratelli Muccino a Maurizio Cattelan, da Fabio Fazio a Massimiliano Fuksas, da Alessandro Baricco fino a Nichi Vendola6. È una galleria di casi individuali, ma attraversati da uno o più fili comuni. Cornici cognitive ed emotive condivise che ne fanno facce diverse di un’unica medaglia. Medaglia, va detto, non sempre di metallo pregiato. Ad alcuni si potrebbe applicare la celebre definizione di Dwight MacDonald sulle opere midcult7. Opere, per dirla con Umberto Eco, «che paiono possedere tutti i requisiti di una cultura aggiornata e che, invece, di fatto, della cultura costituiscono una parodia, una depauperazione, una falsificazione attuata a fini commerciali». In definitiva, un compromesso al ribasso. Il consumatore viene illuso di avere a portata di mano l’arte e la cultura “alta” che cerca di incontrare il gusto medio.

O, più correttamente, il gusto medio che viene lusingato da una cultura promessa come alta e che alta non è. I nuovi eroi midcult, rappresentanti del ceto medio riflessivo, borghese e di sinistra, prodotti elitari ma su larga scala, si spartiscono la torta di un mercato perfettamente segmentato per gruppi sociali e per orientamento culturale e politico. Non si discute qui il valore degli autori, peraltro molto diverso e ovviamente opinabile. Saviano è autore di un libro importante, Allevi un pianista mediamente dotato. Petrini è autore di una grande battaglia per il cibo di qualità, Corona uno scrittore un po’ grezzo che non resterà nella storia. È in discussione la modalità con laquale sono arrivati al successo, le ragioni che hanno contribuito a farne delle popstar, il paradigma che hanno creato o al quale si sono adattati. Delle vite parallele di questi personaggi, e ancor di più della massa che li adora, si vogliono mettere in luce alcuni tratti ricorrenti. Elementi che contribuiscono a fornire un quadro poco rassicurante dello stato della cultura italiana e in particolare proprio di quella che si vorrebbe più avanzata, progressista, alternativa al vuoto della destra e del berlusconismo. A metterli in fila, i peccati capitali degli intellettuali nostrani fanno impressione: inclinazione al

conformismo, propensione all’emotività e al sentimentalismo, diffidenza per il razionalismo, predilezione per l’indignazione fine a stessa, ricorso al manicheismo, tendenza alla semplificazione di problemi complessi, inclinazione al sapere nostalgico e al passatismo, profusione di retorica apocalittica, cedimento alla cialtroneria, abuso di facili artifici, antimodernismo e antiscientismo, esaltazione dell’uomo forte, affidamento all’esoterismo new age, delega delle responsabilità, ricerca del guru o del maestro di turno, servilismo. Il tutto condito con una mediatizzazione diffusa e con un narcisismo estremo nutrito di presenzialismo e populismo. Vizi diffusi in dosi molto diverse tra i personaggi di cui ci occupiamo.

Vizi che corrispondono in definitiva ai difetti degli italiani, dei quali si nutre come un saprofita l’industria culturale italiana, abile a incoraggiarli e a sfruttarli. Se è la domanda che regola l’offerta, il panorama culturale non può essere che questo. Se il presente è oscuro e il futuro incerto, non resta che affidarsi al passato, rimpiangendolo e idealizzandolo. Come fa CarloPetrini, straordinario inventore di un sogno, Slow Food, diventato impero e ideologia. Dell’elogio della lentezza Petrini ha fatto il suo marchio. L’anelito all’armonia di una natura inesistente, la diffidenza per la tecnologia e il mito del sapere nostalgico sono moneta corrente nel mondo bucolico di Slow Food. Non è un caso che tra i punti di riferimento di Petrini ci siano sia l’ambientalismo retrò e naïf di Adriano Celentano, sia l’equivalente più intellettuale di Ermanno Olmi, con il suo cinema arcaico e rurale. La sfiducia verso il progresso e l’antimodernismo, del resto, sono caratteristiche diffuse tra gli italiani. Quegli italiani che eleggono Andrea Camilleri a loro idolo letterario, con la sua Sicilia tipizzata, folcloristica, immobilizzata in un’istantanea che sa di morte e che non consente cambiamenti. Camilleri, con la sua letteratura seriale, la parola mutata in ingranaggio di una catena di montaggio, la sovraesposizione mediatica e politica, è il precipitato della nuova editoria subalterna al marketing. Gli sceneggiati TV, dai quali cominciò molti anni prima la sua carriera, amplificano il successo e diventano il vero strumento della notorietà di massa.

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