Un paese in cerca di guru

Le storie dei successi di di Saviano, Petrini, Camillleri, Mauro Corona, Allevi e Grillo nel libro di Alessandro Trocino

"Un paese che sente il bisogno di inserire Allevi nel comitato dei garanti dell’Unità d’Italia"

di alessandro trocino

La nuova coscienza sociale e intellettuale della sinistra italiana passa attraverso il rito degli elenchi, momento apicale di una rivolta che non sembra trovare sbocchi. Un fallimento, in un certo senso. La resa mimetica al berlusconismo dominante, una consegna alla logica bellica degli schieramenti. La nascita di un’ideologia che trae forza e giustificazione in chiave di contrapposizione a un’altra ideologia, quella del centrodestra. Se il regime, come viene chiamato a sinistra, ha appannato le menti, riempiendole di un immaginario catodico superficiale, arruolando il gregge degli italiani nella logica etica ed estetica del successo, della bellezza esteriore, del populismo mediatico, il fior fiore della sinistra italiana non trova di meglio che squadernare elenchi. Dove la forma iterativa, la successione di frasi e slogan non svolge una funzione informativa, critica, ma soprattutto emotiva. Nella coazione a ripetere non c’èspazio per la riflessione. Nel format “religioso” non sono previsti il contraddittorio, il dialogo, il dubbio, la sfumatura, l’incertezza, l’ambivalenza. La cultura militarizzata non li contempla, anzi li esclude come un cedimento vile al nemico. I dieci milioni di spettatori di Vieni via con me bastano a loro stessi. Sono autosufficienti, procedono su un’autostrada virtuale che non incontra il “paese reale”, il solito neghittoso e disastroso paese reale che non ne vuole sapere di farsi guidare da Fazio, Saviano, Benigni.

Ma non è un problema per le popstar della cultura. Invece di provare ad aprire una breccia nel muro di indifferenza e ottusità che le circonda, invece di marciare con la forza della loro intelligenza e l’audacia del loro pensiero sulle spoglie del paese reale, invece di contaminarsi con l’altro, negano l’esistenza del resto del mondo, si rinserrano nella ridotta televisiva e da lì proclamano vinta la battaglia, tra lacrime di commozione e grida di giubilo. Sazi e ancora irrimediabilmente minoranza, gli intellettuali pop della sinistra tornano a casa felici e con l’autostima alle stelle. Il programma di Fazio e Saviano può essere visto anche come il punto culminante di un percorso che comincia molti anni prima. Negli anni Ottanta nel mondo si verifica una mutazione antropologica, per dirla con Pier Paolo Pasolini, che anticipa e prepara la fine dei due blocchi politici e culturali. Si avvia una modernizzazione reazionaria, dominata dalla logica dell’edonismo reaganiano, dal darwinismo sociale e dal consumismo televisivo.

In Italia sono gli anni di Bettino Craxi, che si libera di ogni scrupolo. Insulta gli «intellettuali dei miei stivali», riecheggia gli strali di Mario Scelba contro il «culturame». È un mondo che finisce per travasarsi nella nuova linfa berlusconiana, nata sulle macerie di Tangentopoli. L’antintellettualismo, già appannaggio della destra nazifascista – gente che metteva mano alla fondina quando sentiva la parola cultura –, diventa però anche patrimonio comune a certa sinistra.

Di fronte a un mondo che non si può più spiegare con le comode lenti dell’ideologia, viene più facile sbarazzarsi delle domande e di chi le pone. È quello che avviene con il riflusso in una dimensione prepolitica, con ampio e scellerato ricorso a esotismi new age e all’irrazionalità emotiva. C’è la fuga verso una dimensione antipolitica, di neoqualunquismo, che si rafforza con il crollo dei partiti storici seguito a Mani Pulite. C’è il ricorso crescente al populismo, allo slogan semplificatorio, all’afflato nostalgico, tutti sintomi della patologia della democrazia. Nel 2001, lo scontro tra Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, consumato sulle colonne del «Corriere della Sera», sarà un’altra tappa del medesimo percorso. La giornalista e inviata di guerra, gloria delle donne impegnate e di sinistra, è trasfigurata dalla rabbia contro gli stranieri e contro i musulmani che invadono l’Occidente e minacciano di contaminare il suo piccolo mondo antico. All’invettiva della Fallaci, gonfia di emotività, si contrappone la calma ieratica di Terzani, anche lui inviato di guerra e diventato, a suo modo, una popstar della cultura. Di quella cultura che a sinistra cerca di opporsi all’isteria fallaciana, offrendo un’alternativa alla reazione e alla paura. Terzani fu certamente un grande uomo e un grande giornalista. Ma la sua trasformazione in una sorta di santone, adorato da una vasta comunità di adepti, fu un segnale, un sintomo della direzione che stava imboccando la cultura di massa italiana. La massa più avanzata, certo, quella mediamente colta, che guardava con qualche sospetto l’edonismo berlusconiano e cercava un’alternativa, possibilmente a sinistra.

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