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  • martedì 18 gennaio 2011

Bonino – La Tunisia non è ripetibile

Sono sempre le difficoltà economiche a far divampare la protesta, ma è l'assenza di prospettive per i giovani che la alimenta

In Tunisia, pane e lavoro sono stati una scusa: la rivolta è stata decisamente politica, contro la corruzione, il clientelismo, le ineguaglianze

di Emma Bonino

Secondo alcuni osservatori ed esperti, da Rami Khoury dell’American University di Beirut a Claire Spencer di Chatham House, da David Gardner del Financial Times a Roger Cohen del New York Times, più che alla caduta del Muro di Berlino con i suoi effetti travolgenti, gli avvenimenti di questi giorni in Tunisia sono per il mondo arabo quello che fu Solidarnosc per l’Europa dell’Est: l’inizio di un lento e graduale processo di trasformazione. Personalmente condivido quest’analisi, vale a dire che la rivolta tunisina non è automaticamente ripetibile e probabilmente non farà da apripista, nell’immediato, a sollevazioni delle stessa natura – penso soprattutto alla sua matrice laica e alle fasce sociali coinvolte – in altri paesi nel mondo arabo. Ma è certamente più di un campanello d’allarme per tutti i regimi autoritari dell’area. Ora, come minimo, i vari rais drizzeranno le antenne per captare qualsiasi segnale di cambiamento all’interno di opinioni pubbliche sempre meno intimidite, come pure nell’atteggiamento dei grandi paesi occidentali finora più che accomodanti nei loro confronti, in nome della stabilità e del baluardo anti-islamista. Nel caso della Tunisia, poi, in maniera conforme al suo ruolo di partner “docile” che gli era stato da tempo assegnato nella geopolitica internazionale.

Nella “rivoluzione di gelsomino” un ruolo lo hanno avuto – come è stato per la “rivoluzione dei cedri” del 2005 nel Libano – i blog e i social network che i vari dittatori tendono a non vedere arrivare e che trasformano, in men che non si dica, cronici ritardi economici in improvvise rivendicazioni politiche: sono sempre le difficoltà economiche – come la disoccupazione giovanile e l’aumento dei prezzi – a far divampare la protesta, ma è l’assenza di una qualsiasi prospettiva di futuro per i giovani, obbligati a vivere sotto la cappa dei regimi autoritari, che la alimenta (il 65 % della popolazione araba ha meno di trent’anni).
E mai come questa volta, in Tunisia, pane e lavoro sono stati una scusa: la rivolta è stata decisamente politica, contro la corruzione, il clientelismo, le ineguaglianze. Per questo, continuare a dire che le riforme economiche debbano precedere quelle politiche – un tesi che sentiamo da anni – è diventato in realtà un alibi per rimandare sine die quelle politiche. Oltre che fallace, come ci dimostrano i fatti: la crescita economica non è stata, e non sarà mai, in Tunisia come in altri paesi del Maghreb e del Mashrek, sufficientemente veloce per assorbire il risentimento generale. Ben Alì, per certe cancellerie occidentali, era un “campione” di liberalismo, in realtà era solo un despota cleptocrate. Come denuncia da anni l’Undp, e più modestamente anche noi radicali, senza democrazia, diritti umani e stato di diritto, non ci sarà mai uno sviluppo umano tale da far crescere la società nel suo insieme, a cominciare dalla componente femminile.

Ora i leader arabi della regione, tipicamente, hanno già cominciato a prendere alcune misure preventive, annunciando aumenti nei salari pubblici, programmi per la creazione d’impieghi, riduzione dei prezzi dei generi di prima necessità. Come pure potrebbero improvvisamente trovare più spazio nel dibattito pubblico questioni come la sanità, le pensioni, le tasse, la casa. E gli attivisti, presumibilmente, troveranno la forza per chiedere riforme elettorali, più controllo democratico sui servizi di sicurezza, più trasparenza e lotta alla corruzione. Non escludo altre dimostrazioni di piazza, altre proteste, a sostegno di queste richieste ma la strada sarà comunque lunga e la transizione difficile. Senza nulla togliere, con ciò, al messaggio incoraggiante, anzi dirompente, che ci è venuto dalla Tunisia: per la prima volta si sono visti segnali, anche emozionanti, non di un’insurrezione in nome e per conto di una religione, ma espressione di una volontà popolare e di una genuina cittadinanza araba che cominciano a prendere forma in maniera apparentemente non negoziabile.

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