Che cosa aspetta il Sudan

Il referendum del 9 gennaio decreterà quasi sicuramente la secessione tra nord e sud

In ballo ci sono questioni economiche, etniche e religiose: il paese rischia una nuova guerra civile

di Elena Favilli

Le conseguenze della secessione
Nelle ultime settimane i delegati di nord e sud del Sudan si sono incontrati più volte per cercare di rispondere ad alcune delle domande più urgenti che si porranno nell’eventualità sempre più vicina della secessione: come verranno spartite le risorse petrolifere? Chi si accollerà il debito di circa ventotto miliardi di euro accumulato dalla nazione? Che cosa ne sarà di Abyei, la regione più ricca di petrolio che si trova esattamente al confine tra nord e sud del paese?

Ci sono poi una serie di questioni solo apparentemente minori, che a loro volta rischiano di alimentare lo scontro: c’è da capire quale cittadinanza attribuire ai nomadi che abitualmente si spostano da nord a sud nell’arco dell’anno; c’è da capire come organizzare gli scambi commerciali tra le due nuove nazioni; c’è da capire che cosa faranno le decine di migliaia di soldati arruolati nell’esercito centrale che verranno congedati da un giorno all’altro; e c’è da capire su quali risorse potranno contare tutte quelle piccole città e villaggi del sud che hanno sempre dipeso da Karthoum per i loro rifornimenti elettrici. Infine, c’è la gigantesca questione dei rifugiati: ci sono circa due milioni di persone di origine meridionale che vivono al nord e che con la secessione saranno costretti a lasciare il paese. Secondo le Nazioni Unite, circa 400mila persone inizieranno a dirigersi verso sud subito dopo il referendum.

Gli eserciti
Il presidente scelto per il nascente stato meridionale è Salva Kiir, che ha combattuto come ribelle durante la guerra civile. Finora è riuscito a fare in modo che l’esercito di liberazione del sud non interferisse nelle trattative con il nord in vista del referendum, ma se le cose dovessero andare male è molto probabile che i ribelli riprenderanno a combattere contro le forze di Karthoum. Entrambi gli eserciti hanno ripreso ad armarsi da mesi.

Il petrolio
La questione centrale è sempre quella del petrolio: i pozzi petroliferi sono quasi tutti nel sud – che dispone dell’80 percento delle risorse petrolifere di tutto il paese – ma gli oleodotti corrono verso nord perché il sud è privo di sbocchi sul mare. Una volta arrivato a Port Sudan, nel Mar Rosso, il petrolio viene raffinato e poi caricato sulle navi per l’esportazione.  Al momento nord e sud dividono i proventi al cinquanta percento, ma il sud dice che è tempo di cambiare l’accordo: dal momento i giacimenti si trovano lì, è a loro che devono andare la  maggior parte dei profitti.

Ma il conflitto per il controllo sulle risorse petrolifere ormai non è più solo una questione di nord contro sud e ha finito per esasperare anche le tensioni tra gruppi etnici diversi all’interno della stessa regione meridionale. I Dinka sono l’etnia dominante e gli altri gruppi temono che non avranno nessuna intenzione di condividere il loro potere una volta ottenuta l’indipendenza da Karthoum. Salva Kiir ha già tenuto molti incontri con i rappresentanti delle diverse etnie, che vogliono assicurarsi un’equa spartizione dei posti al governo. Ma intanto nessuno sa dove la nuova nazione andrà a pescare le decine di migliaia di insegnanti, dottori e avvocati di cui avrà bisogno.

Foto: GUILLAUME LAVALEE/AFP/Getty Images

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